Giorni fa son partita alla volta dell'ostello della gioventù...gioventù, oddio, ieri nella sala internet c'era una vecchia inglese di ottantamila anni che scriveva una mail con carattere 112. Comunque, ci sono camerate con letti scampati alla seconda guerra mondiale e qualche coraggiosa ci dorme sopra senza metterci manco un lenzuolo. Ci sono tantissime tedesche, son dappertutto i crucchi. Sophie una ragazza molto simpatica è partita tre giorni fa e non vedeva l'ora di tornare a Berlino per mangiare il kebab... ognuno c'ha le sue fisse...
Poi un'altra, Monica, doveva fare assolutamente shopping perchè era il suo ultimo giorno e ho avuto la malaugurata idea di portarla al mercato nel quartiere popolare, perchè a me serviva un'asciugamano.
Lei invece ha deciso di comprarsi tutto lo scibile umano, contrattando ogni peluzzo, necessitando di un parere su tutto. Al mercato discuteva su qualunque cosa, roba che i commercianti sudavano solo a guardarci. Da pirla quale sono ho fatto pure l'errore di parlarle del tempio nelle vicinanze e lei, non perdendo un minuto, ha iniziato a chiedere a chiunque dove si trovasse lo stramaledetto santuario.
Gente che poi ci si è inevitabilmente appiccicata e giuro non c'è possibilità di levarsela di torno.
Ho subito ore di estenuante cammino sotto al sole, dove mi sono irrimediabilmente bruciata la nuca e non posso più dormire supina e ho un raffreddore bestiale perchè qua sudi come una bestia e poi certi momenti tira un vento fortissimo.
Finalmente ora mi spiego perchè gli indiani non fanno altro che scatarrare da mane a sera.
Grazie a tutti i santi alla fine abbiamo preso un taxi per Colaba, ma Monica voleva vedere il sole che scompare nel mare, "alle sei e trenta" mi ha detto, come se si fosse data appuntamento.
Abbiamo chiesto in giro dove fosse il molo che dà sul sole calante ma nessuno qua sa dove cala il sole... mah.
Siamo state lì a guardare questa grossa palla gialla che scompariva nel male circondata da palazzi imponenti, ricordi di favelas e radure lontane. Purtroppo, dopo poco, ho iniziato ad avere i primi sintomi di scottatura molesta, manifestando così la mia voglia di andare in ostello, ma la dolce Monica doveva aspettare un amico con la macchina, a mio parere (oramai sono veggente) il classico pezzone conosciuto il giorno prima.
La mia pelle si è irritata ancora di più. Difatti dopo trenta minuti si è presentato questo nanetto impomatato (evidentemente cascato in una piscina di colonia) che ci ha accompagnato all'ostello nella sua macchina fighetta, tirata a lucido, dove l'aria condizionata segnava 16 gradi, ripeto 16 gradi!
Mi sono surgelata maledicendo ogni kilometro.
Poi non contento di scartavetrarmi le palle con questa tortura ha deciso pure di allietarci con musica "club", ovvero disco/stronza a palla, facendo pure il gesto di ballare quando si fermava ai semafori mentre guidava velocissimo, perchè qua si usa correre come degli invasati, non si capisce bene per andare dove.
In India sto veramente temprando la mia pazienza, certe persone sono così pesanti e insistenti. Nulla è semplice. Per liberarti di una pezza puoi solo sostituirla con un'altra, è un giro di discussioni infinite e cagacazzo irriducibili (n.d.r mi verrebbe da dire che forse è la vita che è un po' così).
Risultato: sono uscita dall'auto ammalata e moccolosa.
Maledetto tamarro! Maledetta aria condizionata! Maledetti crucchi!
Non mancano però pomeriggi lieti a raccontar sciocchezze nella sala comune, attraversata sporadicamente da topazzi giganti e scarafaggi grossi come un pollice di Tyson. Con Sophie sono pure andata al maestoso albergo a 5000 stelle, il Taj Mahal e, per assurdo, visto che siamo bianche, ci fanno entrare dappertutto.
Giustamente Sophie mi fa notare che qui possiamo regalarci una bella pisciata di tutto rispetto nei maestosi bagni dell`hotel, elegantissimi vi assicuro, andatevelo a guardare su internet.
Abbiamo pure fatto la mossa di essere interessate ad una stanza e nel depliant c'era la barocca suite reale, prezzo su richiesta: quando vi farete una storia con quel vecchio rincoglionito di Mick Jagger mi saprete dire...
Insomma, è finita la mia esperienza a Mombay, parto per Calcutta stasera, trentasei ore di treno.
Arriverò uno schifo.
Comunque in ostello mi sono proprio divertita. Gente da tutto il mondo che si ricarica viaggiando, perchè qui son quasi tutti contenti e amichevoli. Ieri sera parlavo con un'austriaca pazza, in giro da sei mesi, che rollava canne in continuazione e parlava un fluentissimo inglese intervallandolo con il tedesco. Informatissima su tutti gli usi e costumi dell'India e piena di aneddoti. L'unica turista che ho incontrato vestita veramente semplice, non come noi altre che ci riempiamo di ninnoli indiani risultando un po' ridicole.
Io oramai opto per il sobrio stile Bruce Chatwin, che è il metro delle mie scelte. Quando sono indecisa mi chiedo: "Cosa farebbe Chatwin?" (volo alto...hahahha), poi penso che non è bene fidarsi visto che è morto di HIV, e quindi consiglio di non fare proprio proprio tutto quello che faceva il buon Bruce (pace all'anima sua) o almeno consiglio l'uso del profilattico (oppure fatevi le pere con la vostra personale insulina)...Fatto sta che in ostello mi sono sentita a mio agio e potrei viverci per mesi. Il Salvation Army mi fa pensare alla frase "Oh, arriva l'esercito della salvezza" che mi ha fatto sempre ridere. Qua ci sono persone che vivono in America ma sono francesi e ora son di passaggio in India, gente che non ha casa da nessuna parte, i figli degli hippies, giapponesi che si girano tutto il mondo, gente che scappa da delusioni d'amore, coppie che coronano il loro amore, amiche che abitano una in Turchia e una in Svezia e si incontrano qui e poi una che pretende di vestirsi come Chatwin che guarda tutto stupita e sudata.
martedì 31 maggio 2011
venerdì 27 maggio 2011
A me gli occhi please
Capitata per caso in un gigantesco mercato di tessuti, una roba da perderci la testa... colori così belli che vorresti possederli solo per guardarli.
Mi viene voglia di abbracciare questi enormi rotoli di stoffa, di stringerli forte.
Oppure come nel film L`ultimo imperatore, quando lui saliva la scalinata inseguendo un gigantesco telo rosso solo per toccarlo.
Beh, girottando incantata inizio a vedere delle transenne che delimitano la strada e chiudono un vicolo pieno di bancarelle. Le solite bancarelle che trovi vicino ai templi: santini, kum kum, rosari e chi più ne ha più ne metta.
Un luogo sacro nel pieno del grande mercato di Mombay: Choor bazar.
Il santuario presumo sia dedicato a Ganesh, il Dio panzone con la faccia d`elefante, e mentre cammino lentamente vengo letteralmente presa d`assalto da uomini sacri, bambini, donne...
Uno mi prende il braccio e mi ci arrotola un filo rosso salmodiando qualcosa di incomprensibile e chiuso il tutto con bel fiocchetto inizia a dite "fifthy rupies fifthy rupies" anzi come dicono gli indiani "pipti rupi pipti rupi", per levarmelo dagli zebedei apro il portamonete e i lupi iniziano ad attorniarmi.
Mani ovunque e voci che chiedono "madame! madame! flower! money! madame! ten rupi!".
Inizio a distribuire monete come un nababbo e dopo averlo svuotato lo mostro alla folla incredula, che si allontana delusa. E mi ritrovo di nuovo da sola, ma con in mano: un mazzo di biada per la vacca, dei garofani mosci, una corona di fiori al collo, il bracciale sacro e innumerevoli kum kum sulla fronte e uno segno scaccia sfiga sulla gola....
Mi sono decisamente sentita una deficiente e per di più non ho trovato nemmeno una vacca nelle vicinanze a cui dare la biada. Qui molte donne usano appollaiarsi vicino alla mucca con cesti di fieno. Chi vuole, ne prende un mazzetto, dà un'offerta alla donna e rimpingua l'ormai obesa muccona.
Poi le toccano il muso, il costato, le corna... e si benedicono la fronte con una serietà incredibile.
Io adoro queste vacche per la strada!! Facciamo una petizione a Bologna? Vacche per la strada, vi giuro sono uno spettacolo divino. Non mangerò mai piu` una bestia, sono di una bellezza unica.
Mi commuovono ogni volta che le incontro. Tutti questi animali che placidamente vivono in quest' inferno accettando tutto con uno sguardo... con degli occhi così dolci, così belli.
E ve lo dico, se mai un giorno scoveremo finalmente dio, chiuso in una caverna (come Bin Laden) perchè si vergogna (dio non Bin Laden) di aver creato tanta bellezza e di aver pure creato il suo distruttore.
Lo guarderemo intensamente negli occhi e quelli saranno gli occhi delle vacche.
Ho visto gli occhi di dio!
Mi viene voglia di abbracciare questi enormi rotoli di stoffa, di stringerli forte.
Oppure come nel film L`ultimo imperatore, quando lui saliva la scalinata inseguendo un gigantesco telo rosso solo per toccarlo.
Beh, girottando incantata inizio a vedere delle transenne che delimitano la strada e chiudono un vicolo pieno di bancarelle. Le solite bancarelle che trovi vicino ai templi: santini, kum kum, rosari e chi più ne ha più ne metta.
Un luogo sacro nel pieno del grande mercato di Mombay: Choor bazar.
Il santuario presumo sia dedicato a Ganesh, il Dio panzone con la faccia d`elefante, e mentre cammino lentamente vengo letteralmente presa d`assalto da uomini sacri, bambini, donne...
Uno mi prende il braccio e mi ci arrotola un filo rosso salmodiando qualcosa di incomprensibile e chiuso il tutto con bel fiocchetto inizia a dite "fifthy rupies fifthy rupies" anzi come dicono gli indiani "pipti rupi pipti rupi", per levarmelo dagli zebedei apro il portamonete e i lupi iniziano ad attorniarmi.
Mani ovunque e voci che chiedono "madame! madame! flower! money! madame! ten rupi!".
Inizio a distribuire monete come un nababbo e dopo averlo svuotato lo mostro alla folla incredula, che si allontana delusa. E mi ritrovo di nuovo da sola, ma con in mano: un mazzo di biada per la vacca, dei garofani mosci, una corona di fiori al collo, il bracciale sacro e innumerevoli kum kum sulla fronte e uno segno scaccia sfiga sulla gola....
Mi sono decisamente sentita una deficiente e per di più non ho trovato nemmeno una vacca nelle vicinanze a cui dare la biada. Qui molte donne usano appollaiarsi vicino alla mucca con cesti di fieno. Chi vuole, ne prende un mazzetto, dà un'offerta alla donna e rimpingua l'ormai obesa muccona.
Poi le toccano il muso, il costato, le corna... e si benedicono la fronte con una serietà incredibile.
Io adoro queste vacche per la strada!! Facciamo una petizione a Bologna? Vacche per la strada, vi giuro sono uno spettacolo divino. Non mangerò mai piu` una bestia, sono di una bellezza unica.
Mi commuovono ogni volta che le incontro. Tutti questi animali che placidamente vivono in quest' inferno accettando tutto con uno sguardo... con degli occhi così dolci, così belli.
E ve lo dico, se mai un giorno scoveremo finalmente dio, chiuso in una caverna (come Bin Laden) perchè si vergogna (dio non Bin Laden) di aver creato tanta bellezza e di aver pure creato il suo distruttore.
Lo guarderemo intensamente negli occhi e quelli saranno gli occhi delle vacche.
Ho visto gli occhi di dio!
giovedì 26 maggio 2011
Nel nome del padre, del figlio, dello zio, di quell'altro, della mamma, della sorella...
È domenica e come al solito mi sveglio presto, tutte balle che qua son mattinieri, tutto apre verso le dieci/undici del mattino e l'unico bar aperto è quello per turisti e infatti fa un the che è 'na ciofeca.
Vicino a me stamattina c'era un tedesco che si è bevuto due coca cole per colazione. Un'altra bizzarra coppia, composta da uno con l'aria da motociclista europeo sui 50 insieme a uno skater veramente ggggiovane indiano, hanno preso patatine fritte alle otto del mattino... mah.
Comunque finito il mio the sono andata a prenotare un posto letto all'ostello di Colaba, un posto chiamato Salvation Army, pieno di vichinghi tedeschi con le vichinghe a seguito e combriccole di neozelandesioaustalianechesonotutteuguali con gli short militari, le magliettine bianche e le trecce.
Attenzione che forse faccio finalmente la mitica balotta! Martedì vi saprò dire (n.d.r. aggiornamenti in tempo reale mi dicono che c'è riuscita, addirittura è andata di straforo a cagare in un hotel a quattro stelle con la nuova amichetta giapponese).
Fatto stà che finiti i miei giri decido di onorare il signore e la signora (Carlotta sa di cosa parlo) e mi incammino sul lungomare di Mombay, quello che dà sull'oceano. Direzione un'appendice a quattro kilometri che la guida dice piena di templi. Parto dalla mia ricca zona Colaba/Madame Cama Road piena di palazzoni stile NY e agglomerati coloniali per poi veder man mano cambiare la costa.
Passo anche una spiaggia (a detta della Lonley very cool e piena di gente figa) e mi ritrovo in un golfo che sa di petrolio impestato da corvi e piccioni, pieno di povera gente che chiede l'elemosina... certe volte vorrei fare quattro chiacchiere con gli autori della Lonley.
Cammina cammina arrivo davanti a un buffo tempietto in festa, mi invitano ad entrare.
Mi levo le scarpe, rintocco la campana e batto le mani a tempo di musica con queste persone tutte vestite eleganti. Dopo un po' di canzoni mi dicono che la festa è finita (gli amici se ne vanno...) e mesta vado verso l'uscita quando una signora mi mette in mano dieci rupie e un dolce: io rifiuto perchè mi pare strano che ti paghino per battere le mani e scampanellare, ma lei mi spiega che si usa così per questo giorno di festa. Regalano soldi... pensa te!
All'immancabile appiccicoso di turno chiedo dov'è il tempio di Malakashimi (sempre a detta della guida il più bello di Mombay) e lui mi dice di prendere il taxi perchè è distante: "strano" penso, dalla cartina sembra vicino. Contratto la corsa che per la prima volta mi pare di un prezzo accettabile, "sono fortunata!" penso... no non sono fortunata, è che il tempio è a cinque minuti di macchina e st'indiani c'hanno un culo pesante al cui confronto noi italiani (delle chiaviche comunque) siamo tutti ginnasti.
Il classico cabinotto a ruote (la 1100 versione indiana) mi scarica davanti ad un palazzo tremendo, a dire il vero tutto il quartiere è orribile, pieno di quei palazzoni "intenational style" che ti fanno sempre sentire a casa, da Città del Messico a Roma. Indico una scritta e chiedo al tassista "è quello il tempio?" e lui frettolosamente "sì, sì" ma l'avevo appena pagato e dopo che gli hai dato i soldi non gliene frega più nulla e dicono sì a tutto.
Esco stramaledicendo quelli della Lonley, augurandogli di bruciare nelle fiamme dell'inferno, quando poi al solito mi accorgo di essere stata troppo sbrigativa.
Il tempio è dietro al palazzo, in una viuzza costellata di bancarelle e mendicani e pure quelche vacca. È tutto un fiorir di rosari, curcuma, santini, woodoo e strani piatti con dentro un loto, una corona di garofani, rose, mezzo cocco e un panno rosso e oro: questo piatto, scopro poi, è il dono per Mahalakshmi.
Il loto è inizialmente chiuso e i negozianti li aprono a mano, come se sbucciassero una banana, finchè non sembra una rosa gigante. Alle mie spalle vedo una lunga fila sotto il sole, stanno tutti aspettando di entrare al tempio con il loro piatto in mano. Mi ci infilo anche io e attendo.
Poi ci si inizia a muovere e dopo una cancellata c'è una lunga scalinata ricoperta di scarpe e mi chiedo come faranno mai a ritrovarle all'uscita. Ai lati si vende un po' di tutto, pure immagini di Gesù e le venditrici stanno appollaiate sui banconi a comporre doni floreali. Entata nel tempio mi dirigo verso una grande stanza di marmo stracolma di persone, e dopo una lunga gimcana finalmente sono face to face con Mahalakshmi.
Piccola introduzione a Mahalakshmi: è la dea della ricchezza e detto tra noi è un po' un idolo chiavica perchè viste le condizioni economiche dei paesi induisti (India e Nepal) è meglio pregare altri santi, no?
Gli addetti a deporre i doni sulla dea hanno una fretta bestiale e prendono i doni e li schiaffano sotto la statua e allontanano i fedeli a male parole, scacciandoli con le mani. Questi poveretti si allontanano segnandosi la fronte e non allontanando mai lo sguardo da Mahalakshmi e si tengono il cocco o la corona di garofani (presumo che siano destinati all'altarino domestico). Enormi casse di metallo porta offerte vengono rimpinguate ogni secondo: la gente qui quando si tratta di fede spinge come ai concerti per mettere i soldi nell'offertorio. Dietro al tempio il mare aperto e qualcuno butta i fiori nell'acqua.
Vicino a me stamattina c'era un tedesco che si è bevuto due coca cole per colazione. Un'altra bizzarra coppia, composta da uno con l'aria da motociclista europeo sui 50 insieme a uno skater veramente ggggiovane indiano, hanno preso patatine fritte alle otto del mattino... mah.
Comunque finito il mio the sono andata a prenotare un posto letto all'ostello di Colaba, un posto chiamato Salvation Army, pieno di vichinghi tedeschi con le vichinghe a seguito e combriccole di neozelandesioaustalianechesonotutteuguali con gli short militari, le magliettine bianche e le trecce.
Attenzione che forse faccio finalmente la mitica balotta! Martedì vi saprò dire (n.d.r. aggiornamenti in tempo reale mi dicono che c'è riuscita, addirittura è andata di straforo a cagare in un hotel a quattro stelle con la nuova amichetta giapponese).
Fatto stà che finiti i miei giri decido di onorare il signore e la signora (Carlotta sa di cosa parlo) e mi incammino sul lungomare di Mombay, quello che dà sull'oceano. Direzione un'appendice a quattro kilometri che la guida dice piena di templi. Parto dalla mia ricca zona Colaba/Madame Cama Road piena di palazzoni stile NY e agglomerati coloniali per poi veder man mano cambiare la costa.
Passo anche una spiaggia (a detta della Lonley very cool e piena di gente figa) e mi ritrovo in un golfo che sa di petrolio impestato da corvi e piccioni, pieno di povera gente che chiede l'elemosina... certe volte vorrei fare quattro chiacchiere con gli autori della Lonley.
Cammina cammina arrivo davanti a un buffo tempietto in festa, mi invitano ad entrare.
Mi levo le scarpe, rintocco la campana e batto le mani a tempo di musica con queste persone tutte vestite eleganti. Dopo un po' di canzoni mi dicono che la festa è finita (gli amici se ne vanno...) e mesta vado verso l'uscita quando una signora mi mette in mano dieci rupie e un dolce: io rifiuto perchè mi pare strano che ti paghino per battere le mani e scampanellare, ma lei mi spiega che si usa così per questo giorno di festa. Regalano soldi... pensa te!
All'immancabile appiccicoso di turno chiedo dov'è il tempio di Malakashimi (sempre a detta della guida il più bello di Mombay) e lui mi dice di prendere il taxi perchè è distante: "strano" penso, dalla cartina sembra vicino. Contratto la corsa che per la prima volta mi pare di un prezzo accettabile, "sono fortunata!" penso... no non sono fortunata, è che il tempio è a cinque minuti di macchina e st'indiani c'hanno un culo pesante al cui confronto noi italiani (delle chiaviche comunque) siamo tutti ginnasti.
Il classico cabinotto a ruote (la 1100 versione indiana) mi scarica davanti ad un palazzo tremendo, a dire il vero tutto il quartiere è orribile, pieno di quei palazzoni "intenational style" che ti fanno sempre sentire a casa, da Città del Messico a Roma. Indico una scritta e chiedo al tassista "è quello il tempio?" e lui frettolosamente "sì, sì" ma l'avevo appena pagato e dopo che gli hai dato i soldi non gliene frega più nulla e dicono sì a tutto.
Esco stramaledicendo quelli della Lonley, augurandogli di bruciare nelle fiamme dell'inferno, quando poi al solito mi accorgo di essere stata troppo sbrigativa.
Il tempio è dietro al palazzo, in una viuzza costellata di bancarelle e mendicani e pure quelche vacca. È tutto un fiorir di rosari, curcuma, santini, woodoo e strani piatti con dentro un loto, una corona di garofani, rose, mezzo cocco e un panno rosso e oro: questo piatto, scopro poi, è il dono per Mahalakshmi.
Il loto è inizialmente chiuso e i negozianti li aprono a mano, come se sbucciassero una banana, finchè non sembra una rosa gigante. Alle mie spalle vedo una lunga fila sotto il sole, stanno tutti aspettando di entrare al tempio con il loro piatto in mano. Mi ci infilo anche io e attendo.
Poi ci si inizia a muovere e dopo una cancellata c'è una lunga scalinata ricoperta di scarpe e mi chiedo come faranno mai a ritrovarle all'uscita. Ai lati si vende un po' di tutto, pure immagini di Gesù e le venditrici stanno appollaiate sui banconi a comporre doni floreali. Entata nel tempio mi dirigo verso una grande stanza di marmo stracolma di persone, e dopo una lunga gimcana finalmente sono face to face con Mahalakshmi.
Piccola introduzione a Mahalakshmi: è la dea della ricchezza e detto tra noi è un po' un idolo chiavica perchè viste le condizioni economiche dei paesi induisti (India e Nepal) è meglio pregare altri santi, no?
Gli addetti a deporre i doni sulla dea hanno una fretta bestiale e prendono i doni e li schiaffano sotto la statua e allontanano i fedeli a male parole, scacciandoli con le mani. Questi poveretti si allontanano segnandosi la fronte e non allontanando mai lo sguardo da Mahalakshmi e si tengono il cocco o la corona di garofani (presumo che siano destinati all'altarino domestico). Enormi casse di metallo porta offerte vengono rimpinguate ogni secondo: la gente qui quando si tratta di fede spinge come ai concerti per mettere i soldi nell'offertorio. Dietro al tempio il mare aperto e qualcuno butta i fiori nell'acqua.
Fuori da questo luogo incantato c'è solo traffico e brutti agglomerati urbani. Seguo la folla sotto al sole cocente e mi ritrovo di nuovo, dopo aver attraversato un parcheggio, in un turbinio di bancarelle e con mia somma gioia mi trovo proprio dove volevo essere: alla moschea.
Vicino al tempio c'è una moschea costruita nel mare e per arrivarci devi camminare su una strada dissestata lunga circa 700 metri piena zeppa di gente e quando c'è l`alta marea il tempio islamico rimane solo, in mare aperto...camminando vedo caprette e con mio sommo e occidentale disgusto bambini che si fanno il bagno in questo mare che è marrone e pieno di spazzatura.
Mentre avanzo, le onde del mare ci bagnano in continuazione e certe persone sono completamente inzuppate. Donne che chiedono l'elemosina stanno sedute per terra fradice e non battono ciglio.
Arrivo all'enorme portone di legno, circondato da instabili tende piene di griglie dove cuociono la carne (presumo pecora). Anche qui sia per entrare che per uscire hanno tutti fretta e mi infilano dentro a forza, vengo praticamente risucchiata, strizzata come un limone. Dopo la centrifuga mi ritrovo in un grande giardino di marmo pieno di gente stravaccata ovunque, al centro la grande sala per pregare, dove non sono entrata, però mi ha fatto specie veder uscire i fedeli a ritroso per non dare le spalle a dio.
Dietro questo grande ambiente un vasto calpestio in marmo e l`oceano...e tantissimi uomini appecorati che pregano verso la Mecca, circondati da teli che svolazzano. Un casino infernale, ma molto meno colorato del tempio hindu. Tornando indietro un'onda mi ha preso in pieno e son tornata a Colaba completamente fradicia, raffreddata, ma in grazia dei signori... spero!
Vicino al tempio c'è una moschea costruita nel mare e per arrivarci devi camminare su una strada dissestata lunga circa 700 metri piena zeppa di gente e quando c'è l`alta marea il tempio islamico rimane solo, in mare aperto...camminando vedo caprette e con mio sommo e occidentale disgusto bambini che si fanno il bagno in questo mare che è marrone e pieno di spazzatura.
Mentre avanzo, le onde del mare ci bagnano in continuazione e certe persone sono completamente inzuppate. Donne che chiedono l'elemosina stanno sedute per terra fradice e non battono ciglio.
Arrivo all'enorme portone di legno, circondato da instabili tende piene di griglie dove cuociono la carne (presumo pecora). Anche qui sia per entrare che per uscire hanno tutti fretta e mi infilano dentro a forza, vengo praticamente risucchiata, strizzata come un limone. Dopo la centrifuga mi ritrovo in un grande giardino di marmo pieno di gente stravaccata ovunque, al centro la grande sala per pregare, dove non sono entrata, però mi ha fatto specie veder uscire i fedeli a ritroso per non dare le spalle a dio.
Dietro questo grande ambiente un vasto calpestio in marmo e l`oceano...e tantissimi uomini appecorati che pregano verso la Mecca, circondati da teli che svolazzano. Un casino infernale, ma molto meno colorato del tempio hindu. Tornando indietro un'onda mi ha preso in pieno e son tornata a Colaba completamente fradicia, raffreddata, ma in grazia dei signori... spero!
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mercoledì 25 maggio 2011
Amelie ci fa una pippa
Cammino come un somaro da mattina a sera e guardo tutto con il solito sguardo stupito e stupido, immagino, sempre a bocca aperta e con le pezze sotto le ascelle..
Orecchie pelose prima di partire mi ha donato un comodo elefante di legno, dotato di ombrellino parasole in velluto, che sarà alto quaranta centimetri... mi spieghi dove lo infilo? Ma non ho il cuore di buttarlo via, ho deciso che lo porterò con me per tutto il viaggio, fotografandolo nei vari alberghi, un po' come il nano di Amelie. Ho già fatto un po' di scatti nello sgabuzzino dove sto adesso. (n.d.r. non me li ha mandati purtroppo) Jobin invece mi ha regalato un'orrenda pagoda in legno, simbolo del Kerala e guarda caso si è dimenticato di levare il prezzo... mi scuso anticipatamente ma a me sto ragazzo mi sta un po' sulle balle. Questa bella cianfrusaglia la mollo al più presto, oppure a quello di voi che mi sta più sugli zebedei. Insomma ho preso un'aereo per Mombay, cagandomi sotto dalla paura perchè sul portello dell`aereo c'erano dei rattoppi con lo scotch... e poi a me volare non piace. Però sono arrivata sana e salva al super avveneristico areoporto di Mombay e mi sono persa come una deficiente, ho girato con lo zaino, che mi costringeva a camminare a 90° , bestemmiando finchè non ho trovato l'uscita. Varcate quelle porte c'erano quarantacinque gradi, con un umidità da far impallidire Bologna.
Ho contrattato con un po' di taxisti e alla fine ho avuto la meglio (sto imparando!!!), direzione Colaba.
Colaba è un quartiere all'estremo sud di Mombay ed è famoso per i suoi hotel. Qui c'è un po' di tutto e ho visto certe topaie da non crederci.
Ad uno sono scoppiata a ridere in faccia, era una stanza con i muri di compensato ricavata rubando un po' di metri alla receptions e con un bagno che sapeva di piscia in comune con tutto il primo piano... per una cifra astronomica... incredibile la gente, che fegato! In un altro c'erano i muratori che trapanavano da mattina a sera (muratori... specie di scimmie appese alle finestre con indosso solo le mutande che a guardarli vien male, non capisco come sia possibile che non trovi manovali sfrittellati ovunque, è pazzesco!) e il proprietario mi ha sparato una cifra da capogiro (per l'India ovviamente). Alla fine sono approdata in un albergo stile coloniale (un po' come tutte le strutture di Colaba) verde pistacchio con le stanze rosa baby. Ci sono due lettucci e uno aspetta invano un amico...
Il bagno è in comune con l'altra stanza del corridoio che è abitata da due donne teledipendenti dell`Uttar Pradesh. Sono vicinissima all`oceano e al maestoso Hotel Taj Mahal.
Qui l'animale per eccellenza è il corvo, ce ne sono ovunque e a me sembrano intelligentissimi. Girottano soprattutto a terra, con una camminata buffissima, e hanno quasi sempre l'immancabile ramoscello nel becco o ancor meglio dei fili di ferro... ne ho pure visto uno che si faceva largo con una gruccia . Mi chiedo cosa ci costruiranno mai. Non sarà che sui tetti di Mombay ergono giganesche strutture artistiche e noi coglioni che stiamo a guardarci la punta dei piedi? Mombay è una metropoli, ma non così incasinata come ce la si può aspettare, oppure io mi sono abituata a quest'inferno.
La parte dove ho preso stanza è la zona ricca e quindi è tutto un viale alberato e immensi edifici in puro stile "l'Inghilterra conquista l'oriente" ma oggi mi sono addentrata nella parte "vecchia" della città e ho visto di nuovo il punk di Margao. Mercati a perdita d'occhio, odori di tutti i tipi. Case decadenti e dal sapore antico, piccoli templi, moschee, cani e gatti addormentati nei posti più impensati (questi in tutta Mombay), gente con cesti per terra, ovunque, carri trainati dai buoi e taxi di cinquant'anni fa. Potrebbe essere benissimo il 1950.
Arrivo anche in un punto dove ci sono bancarelle e negozietti che hanno un sacco di capre al guinzaglio su piccoli paletti e io da brava cogliona mi son detta "e tengono pure le caprette, carine!", per poi accorgermi di essere nella zona macelleria halal, ovvero i mussulmani che ammazzano lì (presumo dentro alle case, io non ho visto sbudellamenti) tutte le bestie e le sezionano e via dicendo... teste appese in qua e là, mosche ovunque. Io passavo e la folla era talmente stupita di vedere un'occidentale che mi apriva la strada. C'erano pure quelli che ti stendono (n.d.r. stendono????) una lettera con la macchina da scrivere (typewriter).
L'architettura sarà occhio e croce risalente al massimo a centocinquant`anni fa e mi chiedo come doveva essere Mombay prima di allora... una distesa di capanne di legno e templi? come poteva essere mai?
Orecchie pelose prima di partire mi ha donato un comodo elefante di legno, dotato di ombrellino parasole in velluto, che sarà alto quaranta centimetri... mi spieghi dove lo infilo? Ma non ho il cuore di buttarlo via, ho deciso che lo porterò con me per tutto il viaggio, fotografandolo nei vari alberghi, un po' come il nano di Amelie. Ho già fatto un po' di scatti nello sgabuzzino dove sto adesso. (n.d.r. non me li ha mandati purtroppo) Jobin invece mi ha regalato un'orrenda pagoda in legno, simbolo del Kerala e guarda caso si è dimenticato di levare il prezzo... mi scuso anticipatamente ma a me sto ragazzo mi sta un po' sulle balle. Questa bella cianfrusaglia la mollo al più presto, oppure a quello di voi che mi sta più sugli zebedei. Insomma ho preso un'aereo per Mombay, cagandomi sotto dalla paura perchè sul portello dell`aereo c'erano dei rattoppi con lo scotch... e poi a me volare non piace. Però sono arrivata sana e salva al super avveneristico areoporto di Mombay e mi sono persa come una deficiente, ho girato con lo zaino, che mi costringeva a camminare a 90° , bestemmiando finchè non ho trovato l'uscita. Varcate quelle porte c'erano quarantacinque gradi, con un umidità da far impallidire Bologna.
Ho contrattato con un po' di taxisti e alla fine ho avuto la meglio (sto imparando!!!), direzione Colaba.
Colaba è un quartiere all'estremo sud di Mombay ed è famoso per i suoi hotel. Qui c'è un po' di tutto e ho visto certe topaie da non crederci.
Ad uno sono scoppiata a ridere in faccia, era una stanza con i muri di compensato ricavata rubando un po' di metri alla receptions e con un bagno che sapeva di piscia in comune con tutto il primo piano... per una cifra astronomica... incredibile la gente, che fegato! In un altro c'erano i muratori che trapanavano da mattina a sera (muratori... specie di scimmie appese alle finestre con indosso solo le mutande che a guardarli vien male, non capisco come sia possibile che non trovi manovali sfrittellati ovunque, è pazzesco!) e il proprietario mi ha sparato una cifra da capogiro (per l'India ovviamente). Alla fine sono approdata in un albergo stile coloniale (un po' come tutte le strutture di Colaba) verde pistacchio con le stanze rosa baby. Ci sono due lettucci e uno aspetta invano un amico...
Il bagno è in comune con l'altra stanza del corridoio che è abitata da due donne teledipendenti dell`Uttar Pradesh. Sono vicinissima all`oceano e al maestoso Hotel Taj Mahal.
Qui l'animale per eccellenza è il corvo, ce ne sono ovunque e a me sembrano intelligentissimi. Girottano soprattutto a terra, con una camminata buffissima, e hanno quasi sempre l'immancabile ramoscello nel becco o ancor meglio dei fili di ferro... ne ho pure visto uno che si faceva largo con una gruccia . Mi chiedo cosa ci costruiranno mai. Non sarà che sui tetti di Mombay ergono giganesche strutture artistiche e noi coglioni che stiamo a guardarci la punta dei piedi? Mombay è una metropoli, ma non così incasinata come ce la si può aspettare, oppure io mi sono abituata a quest'inferno.
La parte dove ho preso stanza è la zona ricca e quindi è tutto un viale alberato e immensi edifici in puro stile "l'Inghilterra conquista l'oriente" ma oggi mi sono addentrata nella parte "vecchia" della città e ho visto di nuovo il punk di Margao. Mercati a perdita d'occhio, odori di tutti i tipi. Case decadenti e dal sapore antico, piccoli templi, moschee, cani e gatti addormentati nei posti più impensati (questi in tutta Mombay), gente con cesti per terra, ovunque, carri trainati dai buoi e taxi di cinquant'anni fa. Potrebbe essere benissimo il 1950.
Arrivo anche in un punto dove ci sono bancarelle e negozietti che hanno un sacco di capre al guinzaglio su piccoli paletti e io da brava cogliona mi son detta "e tengono pure le caprette, carine!", per poi accorgermi di essere nella zona macelleria halal, ovvero i mussulmani che ammazzano lì (presumo dentro alle case, io non ho visto sbudellamenti) tutte le bestie e le sezionano e via dicendo... teste appese in qua e là, mosche ovunque. Io passavo e la folla era talmente stupita di vedere un'occidentale che mi apriva la strada. C'erano pure quelli che ti stendono (n.d.r. stendono????) una lettera con la macchina da scrivere (typewriter).
L'architettura sarà occhio e croce risalente al massimo a centocinquant`anni fa e mi chiedo come doveva essere Mombay prima di allora... una distesa di capanne di legno e templi? come poteva essere mai?
Baci sempre sudatissimi!
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Mombay,
nano che viaggia
mercoledì 18 maggio 2011
ogni scarrafone è bello a mamma soia
Quando vado a spaperarmi al fiume incontro spesso due bambini, che hanno due nomi troppo difficili e per me sono semplicemente "i bambini". Lei è molto tenera e bella e viene al fiume con la sua saponetta e il secchiello di panni sporchi o qualche pentola, avrà circa otto anni. Il fratello ne avrà sei e lei lo vizia e lo protegge, difatti lui è insopportabile, prepotente e fastidioso. La sua più grande gioia è quella di urlare quando ti addormenti o schizzarti in continuazione d'acqua quando fumi o leggi.
E il fiume è bello grande.
Fa di tutto per irritare e visto che non sono il Mahatma e sono l'ospite sacro ne approfitto. Quando si avvicina questo grandissimo cacaminchia urlo "Juuubiiijjjl rompimaroniiiii" e lei lo prende e lo manda giustamente a cagare finchè Rompimaroni non si leva di torno. Le ho detto che in Italia i bambini come lui li chiamiamo rompimaroni, che è poi vero in fondo, no?. Il mio obbiettivo è che tutto il vicinato lo chiami così prima della mia partenza. Già ieri Jubil per presentarmi la madre mi ha detto "She`s Rompimaroni mother" , "Nice to meet you" ho risposto mentre le porgevo la mano.
E il fiume è bello grande.
Fa di tutto per irritare e visto che non sono il Mahatma e sono l'ospite sacro ne approfitto. Quando si avvicina questo grandissimo cacaminchia urlo "Juuubiiijjjl rompimaroniiiii" e lei lo prende e lo manda giustamente a cagare finchè Rompimaroni non si leva di torno. Le ho detto che in Italia i bambini come lui li chiamiamo rompimaroni, che è poi vero in fondo, no?. Il mio obbiettivo è che tutto il vicinato lo chiami così prima della mia partenza. Già ieri Jubil per presentarmi la madre mi ha detto "She`s Rompimaroni mother" , "Nice to meet you" ho risposto mentre le porgevo la mano.
Mogli e buoi
Merita un'ultima pagina il ritratto di questa, a mio avviso, tipica famiglia che mi ospita.
La mamma è la dolce Cecilie, che oramai è innamorata di me e quando mi vede mi abbraccia e parla affettuosamente...spero dica cose carine.
Poi c'è il marito che ha un nome ma tutti lo chiamano Waccacham, non so perchè. È molto buffo perchè dopo giorni di mutismo ho scoperto che sa un po' di inglese (una lingua tutta sua ma comprensibile) e quindi adesso ci lanciamo in strane chiacchierate la sera sul portico. Lui ha questo vergognosissimo vizio... fuma! E ha talmente il senso di colpa che quando mi vede fumare mi viene vicino e si accende una sigaretta, chissà da quanto sognava un compagno! È un vero fumatore, si gusta veramente la sigaretta, si sveglia pure verso le quattro per fumarsene una al fresco della notte. Due giorni fa io Waccacham e il Grand Father (il nonno, un vecchio vecchissimo con buffe orecchie rifoderate di pelo) eravamo in un paesello. Grand Father non ha ben capito il saluto italiano e quando mi si avvicina per darmi un bacio sulla guancia tira una bella annusata, avvicina la faccia alle mie orecchie e tira su col naso più forte che può, non ho cuore di spiegargli come funziona...Comunque è un signore molto tenero ma non bisogna fumare davanti a Grand Father e quindi il povero Waccacham da venticinque anni fuma dietro agli alberi o nei bagni. E l'ho visto nascondersi in
mezzo al traffico pur di non farsi vedere mentre fuma da Grand Father (chiamato Chacchan).
Tornati a casa ho confessato che non voglio farmi vedere dal nonno quando fumo, visto che oramai temo e rispetto anch'io orecchie pelose e Waccacham sconsolato mi guarda e dice "I know..." nel suo buffo inglese.
Insomma Waccacham è un uomo molto paziente e tranquillo, ama guardare gli alberi e leggere il giornale.
Mi ha fatto un sacco di domande sul prezzo delle cose in Italia e sugli stipendi e secondo me paragonava tutto a "quante vacche posso comprarmi con questi soldi?" perchè siamo arrivati alla conclusione che con il mio stipendio si possono comprare ben cinque vitelle! (n.d.r. quale stipendio?) Per natale spero di farmene una.
Poi c'è la mia cara Jubil, la figlia, con cui ho passato molto tempo. Lei è la mia traduttrice ufficiale ha diciassette anni ed è molto simpatica, purtroppo fa praticamente solo quello che le dice il fratello e non ha la minima intenzione di emanciparsi. In casa hanno questo bastardo computer che c'ha una pippa ogni volta che provi ad accenderlo. Lei non memorizza mai nulla, appena c'è un problema chiama il fratello o lo aspetta per comprare qualsiasi cosa e così via: si è pigramente addormentata in questa parte, non si chiede se mai sia utile essere un minimo indipendente per le piccole cose almeno. Mi chiedo che vita avrà, che lavoro farà, cosa potrà fare fuori dal suo nido iperprotetto da cui si allontana solo per andare a scuola o in chiesa.
Sono molto divertenti le sue risposte. Io la subisso di domande su cos'è questo o quello o dov'è la fermata del bus etc e lei spesso si limita a diri solo "yah!" che è un sì bello deciso e anche un po "sì deficiente...". Il "no" è detto stretto e raramente perche agli indiani non piace dirlo o comunque non poter fare nulla per te. E poi l`utilissimo "some problem" usato innumerevoli volte. Il pc non va? "Ehm... some problem". Passa il vicino matto? "Some problem". Il tuk tuk ci lascia in mezzo alla strada? "Some problem" e così via, e lei me lo dice quasi annoiata, per farmi stare zitta visto che la dolce Jubil è dotata di una pazienza trascendentale.
E in ultima LA grande risposta, il passpartout dell'India, la frase che conosce pure il mistico più mistico rinchiuso dentro a una caverna da cent`anni: NO PROBLEM! Tutti non mancano di metterlo ovunque e naturalmente, se mai verrete in India, non fidatevi! Il "no problem" semplicemente procrastina il "some problem" di cui sopra. Don't believe it!
Comunque Jubil è molto tenera e mi dice sempre che ora ho due sorelle, la prenderò alla lettera!
Infine c'è l'uomo di casa, il giovane Jobin. Ha ventitrè anni e sta fuori quasi tutto il giorno, è un caro ragazzo ma ha questa simpatica usanza di trattarti come un'animaletto domestico. Io sono l'ospite, per giunta donna, e quindi è normale che stia a casa a farmi ingozzare come una tacchina ed esca solo per le gite che lui organizza o lasci che lui mi compri i biglietti per i viaggi e le ricariche e lo spazzolino...
Io voglio andare in città a comprare, che so', due metri di corda per impiccarmi e lui si antepone dicendo "faccio io, compro io" e tu non puoi farci proprio nulla.Mi ha costretto a fare lo shopping più straziante della mia vita, portandomi nel posto più costoso della città, dove mi ha fissato per un'ora e pareva avere pure una certa fretta.
Alla fine ho preso un vestito a forza.
Guardavo un completo e sentivo dietro di me l'immancabile "take it!" o "you like? take!". Ho preso il più sobrio (n.d.r. esprimo perplessità sul concetto tondolesco di sobrietà) ma è caldissimo e l'ho messo solo una volta. Lo stesso le scarpe, "ti piacciono? prendile!". Risultato ho un paio di sandali che mi uccidono e un vestito troppo caldo che non ho potuto pagare. È uno strazio perchè vuole offrirmi tutto ma poi non manca di dirmi quanto noi siamo fortunati o quanti soldi prendo io o se in famiglia abbiamo delle macchine o il computer, facendomi sentire una merda, perchè anche il più pezzente di noi (e dico veramente il più sfigato) qua è un pascià. Comunque a natale io e Waccacham ci compriamo una bella vitella che chiamerò Libertà.
La mamma è la dolce Cecilie, che oramai è innamorata di me e quando mi vede mi abbraccia e parla affettuosamente...spero dica cose carine.
È arrivata ad imboccarmi, quando giro per casa la vedo arrivare con cucchiai pieni di cibo o pezzi di frutta e mi dice "un chirì" che in malliali è "un altro po'"
e io ingozzata a forza continuo a dire "too much too much" a bocca piena, pensa la scena. Ma lei se ne frega perchè l'indi-pensiero è insistere finchè non cedi o strafregarsene totalmente di quello che dici. E io che ho la forza di volontà di una scimmia, davanti ai biscotti cedo dopo due secondi. Cecilie si sforza di parlare inglese ma lo ha mallealizzato e quando lo parla io sono sempre convinta che sia malleali, poi scopro che mi chiedeva cose del tipo "is hot?". È molto dolce e ha una risata bellissima, si vede che ride proprio di cuore, una volta si è messa a piangere dal gran che rideva.Poi c'è il marito che ha un nome ma tutti lo chiamano Waccacham, non so perchè. È molto buffo perchè dopo giorni di mutismo ho scoperto che sa un po' di inglese (una lingua tutta sua ma comprensibile) e quindi adesso ci lanciamo in strane chiacchierate la sera sul portico. Lui ha questo vergognosissimo vizio... fuma! E ha talmente il senso di colpa che quando mi vede fumare mi viene vicino e si accende una sigaretta, chissà da quanto sognava un compagno! È un vero fumatore, si gusta veramente la sigaretta, si sveglia pure verso le quattro per fumarsene una al fresco della notte. Due giorni fa io Waccacham e il Grand Father (il nonno, un vecchio vecchissimo con buffe orecchie rifoderate di pelo) eravamo in un paesello. Grand Father non ha ben capito il saluto italiano e quando mi si avvicina per darmi un bacio sulla guancia tira una bella annusata, avvicina la faccia alle mie orecchie e tira su col naso più forte che può, non ho cuore di spiegargli come funziona...Comunque è un signore molto tenero ma non bisogna fumare davanti a Grand Father e quindi il povero Waccacham da venticinque anni fuma dietro agli alberi o nei bagni. E l'ho visto nascondersi in
mezzo al traffico pur di non farsi vedere mentre fuma da Grand Father (chiamato Chacchan).
Tornati a casa ho confessato che non voglio farmi vedere dal nonno quando fumo, visto che oramai temo e rispetto anch'io orecchie pelose e Waccacham sconsolato mi guarda e dice "I know..." nel suo buffo inglese.
Insomma Waccacham è un uomo molto paziente e tranquillo, ama guardare gli alberi e leggere il giornale.
Mi ha fatto un sacco di domande sul prezzo delle cose in Italia e sugli stipendi e secondo me paragonava tutto a "quante vacche posso comprarmi con questi soldi?" perchè siamo arrivati alla conclusione che con il mio stipendio si possono comprare ben cinque vitelle! (n.d.r. quale stipendio?) Per natale spero di farmene una.
Poi c'è la mia cara Jubil, la figlia, con cui ho passato molto tempo. Lei è la mia traduttrice ufficiale ha diciassette anni ed è molto simpatica, purtroppo fa praticamente solo quello che le dice il fratello e non ha la minima intenzione di emanciparsi. In casa hanno questo bastardo computer che c'ha una pippa ogni volta che provi ad accenderlo. Lei non memorizza mai nulla, appena c'è un problema chiama il fratello o lo aspetta per comprare qualsiasi cosa e così via: si è pigramente addormentata in questa parte, non si chiede se mai sia utile essere un minimo indipendente per le piccole cose almeno. Mi chiedo che vita avrà, che lavoro farà, cosa potrà fare fuori dal suo nido iperprotetto da cui si allontana solo per andare a scuola o in chiesa.
Sono molto divertenti le sue risposte. Io la subisso di domande su cos'è questo o quello o dov'è la fermata del bus etc e lei spesso si limita a diri solo "yah!" che è un sì bello deciso e anche un po "sì deficiente...". Il "no" è detto stretto e raramente perche agli indiani non piace dirlo o comunque non poter fare nulla per te. E poi l`utilissimo "some problem" usato innumerevoli volte. Il pc non va? "Ehm... some problem". Passa il vicino matto? "Some problem". Il tuk tuk ci lascia in mezzo alla strada? "Some problem" e così via, e lei me lo dice quasi annoiata, per farmi stare zitta visto che la dolce Jubil è dotata di una pazienza trascendentale.
E in ultima LA grande risposta, il passpartout dell'India, la frase che conosce pure il mistico più mistico rinchiuso dentro a una caverna da cent`anni: NO PROBLEM! Tutti non mancano di metterlo ovunque e naturalmente, se mai verrete in India, non fidatevi! Il "no problem" semplicemente procrastina il "some problem" di cui sopra. Don't believe it!
Comunque Jubil è molto tenera e mi dice sempre che ora ho due sorelle, la prenderò alla lettera!
Infine c'è l'uomo di casa, il giovane Jobin. Ha ventitrè anni e sta fuori quasi tutto il giorno, è un caro ragazzo ma ha questa simpatica usanza di trattarti come un'animaletto domestico. Io sono l'ospite, per giunta donna, e quindi è normale che stia a casa a farmi ingozzare come una tacchina ed esca solo per le gite che lui organizza o lasci che lui mi compri i biglietti per i viaggi e le ricariche e lo spazzolino...
Io voglio andare in città a comprare, che so', due metri di corda per impiccarmi e lui si antepone dicendo "faccio io, compro io" e tu non puoi farci proprio nulla.Mi ha costretto a fare lo shopping più straziante della mia vita, portandomi nel posto più costoso della città, dove mi ha fissato per un'ora e pareva avere pure una certa fretta.
Alla fine ho preso un vestito a forza.
Guardavo un completo e sentivo dietro di me l'immancabile "take it!" o "you like? take!". Ho preso il più sobrio (n.d.r. esprimo perplessità sul concetto tondolesco di sobrietà) ma è caldissimo e l'ho messo solo una volta. Lo stesso le scarpe, "ti piacciono? prendile!". Risultato ho un paio di sandali che mi uccidono e un vestito troppo caldo che non ho potuto pagare. È uno strazio perchè vuole offrirmi tutto ma poi non manca di dirmi quanto noi siamo fortunati o quanti soldi prendo io o se in famiglia abbiamo delle macchine o il computer, facendomi sentire una merda, perchè anche il più pezzente di noi (e dico veramente il più sfigato) qua è un pascià. Comunque a natale io e Waccacham ci compriamo una bella vitella che chiamerò Libertà.
martedì 17 maggio 2011
Hindi Style
Avendo visto solo la parte ovest presumo che sia lo stile di queste zone, ma è probabile che tutta l`India usi questi costumi. Diciamo che non si esce molto fuori dagli schemi. È un tipo di omologazione molto diversa da quella europea/italiana. Allora partiamo col fatto che la razdora e l`umarels sono mondiali. Allego foto di me che interpreto la razdora con sacchetto in testa per non confondere. (n.d.r. confondere cosa?????)
Io ho questa fantasia, ma ce ne sono molteplici, tutte discutibili.
È di un confortevole cotone pesantissimo che ti fa sudare solo a guardarlo ed è lungo fino ai piedi, solo che io sono alta
Qui si va tutti scalzi (al chiuso) e i miei costumi sono sprovvisti di scarpe, che meritano (come le borse) un capitolo a parte.
A seguito il tipico vestito dell'uomo in Kerala, anche se ne ho visti parecchi sia nel Karnataka che nel Goa.
Qui quasi tutti vanno vestiti così (foto 3) e se fa caldo così (foto 2).
Insomma tutti con il lenzuolo e la camicia scorrazzano per le strade, uffici, chiese. Poi gli uomini di fatica usano solo il lenzuolo e vanno a petto nudo, li vedi sui camion praticamente nudi, appesi
ai rinforzi sul retro o nei cantieri scalzi nel cemento e nella terra.
La 626 (legge infortuni sul lavoro) qui fa una pippa.
Se sei una donna sopra i quattordici metti solo il chulie (non ho capito come si scrive), che è una lunga camicia che si abbina ai pantaloni che si abbinano alla sciarpa. Si compra a pezzo unico, non si sgarra. Se mischi il sopra di uno con la sciarpa di un'altro commetti abominio. Non è mai un vestito semplice e generalmente è pieno di perline, paillettes, veli, velluto, pizzi e chi più ne ha più ne metta. Sono per niente confortevoli e io dentro ci sudo come un porco. Quando lo vai a comprare devi mettere quello già completato, il negozio non ha pezzi separati. Se sei più grandicella ti metti il bellissimo saari. Quando vedi per le strade queste donne con colori così belli... sono come delle apparizioni, sembrano delle fiaccole che spuntano nelle radure e ai bordi dei fiumi.Regine in tutti gli angoli. Le donne usano questi abiti pure per attraversare la giungla e non mancano di dirmi "fa caldo oggi!". Se ti vesti di velluto e oro per girare nella foresta immagino sì che tu abbia caldo.
Purtroppo non ho una camicia a scacchi con scritte del tipo "joke the street" che non vogliono dire nulla o di jeans piene di finte toppe e cuciture che rappresentano lo stile indian tamarro. Ma prendete qualunque cartongessista che esce da un cantiere in Italia e praticamente avrete il truzzo indiano, una tacca sotto il tronista della De Filippi...o sopra?
Poi c'è lo stile bravo ragazzo (soprattutto cattolico) che consiste in camicia inamidata che sta in piedi da sola e cofortevoli pantaloni di "simil fustagno" o fresco lana con una rigidissima piega. Vagamente seventy perchè sono svasati in fondo. A tratti sembra di stare in un telefilm anni settanta. A completare il tutto ciuffone impomatato con olio di cocco, bell'è mammà! Rara apparizione, ma di una bellezza travolgente, è l`uomo sacro: l'uomo indi è magro come un chiodo, è avvolto in un lenzuolo arancione, porta con se un bastone liso e ha la barba lunga e la fronte imbiancata con il terzo occhio rosso.
Immaginatevelo, piantateci un dio indu vicino e avrete l`uomo sacro per tutte le stagioni.
I preti invece hanno un bellissimo pastrano tutto bianco lungo fino ai piedi e fa un certo effetto vederli in moto.
Quando dicono messa si mettono un bello strichetto fuxia al collo e a tratti fanno un po' gay pride.
Insomma non si sgarra, se fai tanto di metterti la tuta o una t-shirt già ti si nota.
In ultima voglio mettere un puntino sullo stile turista: qualcuno mi deve spiegare perchè il turista fa di tutto per sembrare un coglione. Sono convinta che nel suo paese non gli passerebbe mai per la capoccia di conciarsi così ma qui, passate le soglie dell'areoporto, decide di abdicare a qualunque gusto sul vestire e sull'abbinamento dei colori. Così vedi pallidi europei con camicie fosforescenti e simboli dell'om e pantaloni a cagona (che a me piacciono tanto e che qui nessuno si sogna di mettere, li vendono solo per noi e son chiamati "alì babà pants"...) di colori improponibili, tipo verde vomito con decori in rosa acceso e spesso sono pure sintetici. Per non destare alcun sospetto sulla sua identitaà chiude il quadro con simpatici berretti bianchi a pois multicolore o panama bianchi. Insomma mentre cammina è come se aleggiasse su di lui/lei la scritta "turista da spennare", che in alcuni casi è cosa buona e giusta.
Io vado vestita molto indian style (e sudo a secchiate) ma mi si nota lo stesso, mi guardano sempre come se arrivassi facendo capriole nuda, non hanno vergogna: potessero mi seguirebbero pure in camera, quasi avessi strane usanze tipo cagare a testa in giù o mangiare lo scendiletto.
Mah
I grandi misteri dell'India (terza puntata)
Pronta per andare al fiume, con i panni sporchi e con indosso il mio solito pigiama, per essere meglio coperta metto pure un elegante lenzuolo scaramaiato sulle spalle. Cecile al solito scoppia a ridere e la figlia mi dice
"sembri un uomo primitivo". E credo che sia il più bel complimento mai ricevuto. Finalmente nella giungla sono tornata a casa!
Ho ancora mucchi di roba e storie, ma con tutte le volte che si è spento il pc o è partita la connessione sono
passate ore e sto bruciando perchè pure il ventilatore è rotto. Ma che vuoi, mi sta iniziandoa piacere pure il fatto che niente funziona! Al solito ti dico che qua ci divertiremmo come pazzi ma or ora ho un dubbio...
Mon è che io trovo tutto divertente? Che in realtà non c'è nulla da ridere?
Ho ancora mucchi di roba e storie, ma con tutte le volte che si è spento il pc o è partita la connessione sono
passate ore e sto bruciando perchè pure il ventilatore è rotto. Ma che vuoi, mi sta iniziandoa piacere pure il fatto che niente funziona! Al solito ti dico che qua ci divertiremmo come pazzi ma or ora ho un dubbio...
Mon è che io trovo tutto divertente? Che in realtà non c'è nulla da ridere?
domenica 15 maggio 2011
Strawberry fields forever
Le pacifiche giornate di campagna mi riportano all’infanzia o comunque alla mia vita su in montagna. La famiglia che mi ospita si è arresa al fatto che sono un animale e che mi accontento di stare sotto a un cocco ad osservare il mondo. Vedo in lontananza la giungla più vera, che è impenetrabile e piena (dicono loro) di pericoli. Li faccio tutti scompisciare dal ridere perchè ho deciso di imparare il malleali. Devo dire che mi trovano molto buffa, anche quando cammino per casa ridono come pazzi, mah...Adesso so dire: mucca, pollo, è troppo, cocco, banana, cos’è questo, fiume e tutte le parole che ti capita di usare nella foresta.
Immaginate i discorsi: “Bel cocco!” o “dove sono i polli?”, “vado al fiume” e “lavo le mutande”… sono a un passo dal discutere di Kant. La mamma (Cecilie) si è messa quasi a piangere quando tentavo di dire acqua, che qui è pronunciata tipo: uaà laà e io continuavo a dire “voilà” tipo alla francese. Passo le mie giornate a guardare Cecilie che spignatta e mi dice tutti gli ingredienti in malleali. Ha pure un soprannome per me, ora sono Flora cuttì, che vuol dire Flora bebè.
Da drogata di schifezze quale sono, oramai i’m addicted della marmellata indiana che consiste in una gelatina rosa fosforescente dolcissima con dentro tutta la frutta esistente in india: l’Happy Jam. Sono arrivata a mangiarla con le mani, anzi adesso vado a riprendere il barattolo. Un’altra schifezza gustosissima è il gelato alla fragola, è rosa-baby e te lo compri per strada su carretti dal sapore anni cinquanta. Se sei fortunata c’hanno pure il pistacchio. Ti mettono questa grossa palla di gelato su un misterioso cono arancione acceso che diventa molle dopo due secondi in mano, me piace!
Ah e il miele, non ho parole per spiegare quant’è buono il miele qua, e i pancake di riso, e il chapati, e i dosa con la tapioca, e i the di latte di vacca casalingo, e il chili nell`olio di cocco (che è il massimo!), le banane al vapore, la zuppa di cocomerone bitorzoluto, il latte acido da mettere nel riso... i love indian cook! La cucina indiana è spesso fornita di fuoco, una specie di camino nella cucina: adoro il fuoco nella cucina, è veloce, pratico e non ti stanchi mai di guardarlo.
Non è la scomoda cucina economica ma è una specie di camino da giardino.Una casupola con un ripiano di pietra all’altezza del ventre, una galleria dove infilare la legna e un ferro per reggere il
pentolone. Il forno (economico e non) non esiste, forse è in uso solo nelle zone temperate. Qui la cucina è istantanea! Rimangono poi sui ripiani le onnipresenti ciotole piene di cibo, semi coperte,
e vedi insetti di tutti i tipi che cercano di entrare nelle pietanze e spesso ce la fanno.
È normale filtrare il latte dai moscerini e ho trovato formiche annegate ovunque, se ti preoccupi degli insetti che entrano nei piatti non mangi più. E ho abdicato a diventare magra, a me piace magiare tutto lo scibile umano…Fatemi magnàààààà.
E un grazie a queste meravigliose, pazienti e comprensive donne dell’India.
Immaginate i discorsi: “Bel cocco!” o “dove sono i polli?”, “vado al fiume” e “lavo le mutande”… sono a un passo dal discutere di Kant. La mamma (Cecilie) si è messa quasi a piangere quando tentavo di dire acqua, che qui è pronunciata tipo: uaà laà e io continuavo a dire “voilà” tipo alla francese. Passo le mie giornate a guardare Cecilie che spignatta e mi dice tutti gli ingredienti in malleali. Ha pure un soprannome per me, ora sono Flora cuttì, che vuol dire Flora bebè.
Da drogata di schifezze quale sono, oramai i’m addicted della marmellata indiana che consiste in una gelatina rosa fosforescente dolcissima con dentro tutta la frutta esistente in india: l’Happy Jam. Sono arrivata a mangiarla con le mani, anzi adesso vado a riprendere il barattolo. Un’altra schifezza gustosissima è il gelato alla fragola, è rosa-baby e te lo compri per strada su carretti dal sapore anni cinquanta. Se sei fortunata c’hanno pure il pistacchio. Ti mettono questa grossa palla di gelato su un misterioso cono arancione acceso che diventa molle dopo due secondi in mano, me piace!
Ah e il miele, non ho parole per spiegare quant’è buono il miele qua, e i pancake di riso, e il chapati, e i dosa con la tapioca, e i the di latte di vacca casalingo, e il chili nell`olio di cocco (che è il massimo!), le banane al vapore, la zuppa di cocomerone bitorzoluto, il latte acido da mettere nel riso... i love indian cook! La cucina indiana è spesso fornita di fuoco, una specie di camino nella cucina: adoro il fuoco nella cucina, è veloce, pratico e non ti stanchi mai di guardarlo.
Non è la scomoda cucina economica ma è una specie di camino da giardino.Una casupola con un ripiano di pietra all’altezza del ventre, una galleria dove infilare la legna e un ferro per reggere il
pentolone. Il forno (economico e non) non esiste, forse è in uso solo nelle zone temperate. Qui la cucina è istantanea! Rimangono poi sui ripiani le onnipresenti ciotole piene di cibo, semi coperte,
e vedi insetti di tutti i tipi che cercano di entrare nelle pietanze e spesso ce la fanno.
È normale filtrare il latte dai moscerini e ho trovato formiche annegate ovunque, se ti preoccupi degli insetti che entrano nei piatti non mangi più. E ho abdicato a diventare magra, a me piace magiare tutto lo scibile umano…Fatemi magnàààààà.
E un grazie a queste meravigliose, pazienti e comprensive donne dell’India.
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magnà
sabato 14 maggio 2011
Nessuno mette Bebi (chadra) in un angolo
Finalmente dopo giorni di viaggi travagliati, alberghi pieni di gente che fa bordello e scarafaggi instancabili, la vita qua nel Kerala scorre lentamente. Mi sento solo un po’ imprigionata perché queste squisite e ospitali persone delle grasse campagne indiane sono di una gentilezza e di un’invadenza soffocante, mi ingozzano come un’oca e se sto lì a non far nulla mi propongono cibo in continuazione. Sono arrivata a buttare riso nella foresta, a rimetterlo nella pentola, a buttare il the nel lavandino passeggiando distrattamente per casa. È impossibile rifiutare, confido nella diarrea.
Che dire, mi sveglio la mattina immersa in questa foresta di cocchi e vado a lavare i panni al fiume e mi spapero pure io. Rotolo sui massi per ore. Sulle rive vedo donne e bambini che stanno lì come me e vacche che pascolano, a tratti sembra il paradiso terrestre dei testimoni di geova.
Vi devo parlare del vicino di casa che è veramente una forza: si chiama Bebi Chadra ed è un vecchietto magro come un chiodo e indossa il tipico vestito del Kerala, che consiste in un lenzuolo lungo fino ai piedi allacciato in vita e una camicia. Tutti gli uomini qui sembrano usciti di fretta dal bagno, poi ti accorgi che è il vestito tradizionale. E quando ci sono occasioni importanti hanno il lenzuolo e la camicia stirati. Quando Bebi mi vede vuole assolutamente comunicare, ma non sa una parola di inglese. Ho provato con il mio dizionario indi/urdu ma lui parla un’altra stramaledetta lingua: il mallelali. Che pare il linguaggio dei puffi, perché anche nel discorso più breve ci infilano la parola malleali...malleali di qua malleali di là...Quindi mi guarda, mi offre un mango e sfodera un sorriso, scuote la testa e ride, ride tutto compiaciuto: sembra uscito da un cartone animato e porterei Bebi e il suo stinto lenzuolo arancione a casa con me! Mi ha mostrato orgoglioso la sua vacca (battezzata Churie) e le sue galline. Ieri è passato a darmi un regalo e a dirmi che son tanto simpatica, ha impacchettato con cura un sacchetto di noccioline, sono commossa!
Ho notato che le case degli indiani sono più spartane che mai (poveri e non). Hanno una considerazione di quello che può essere anche il più minimo abbellimento pari a zero! Hanno pure una scarsissima considerazione della pulizia e dell`ordine, in confronto qualunque casa italiana sembra leccata centimetro per centimetro. La mamma indiana (perché gli uomini al solito non fanno nulla in casa) se ne stra-ciccia di passare pure, che so, lo straccio e in cucina vige un’anarchia totale. Io approvo!
Nelle case c’è sempre, dico sempre, l’altare all’idolo. Io ora sono da dei cristiani (cattolici) e qui c’è una libreria dedicata a tutti i santi. A completare l`opera c`e` pure, in cima in cima, una bella riproduzione di gesù che se guardato da un’altra angolazione diventa il sacro cuore trafitto dalle spade, così, per farsi quattro risate. Immagini di madri badesse cattivissime e madonne di ogni dimensione, fiori di plastica e qualche lucetta. Insomma un orrore, farebbe senso pure a mia nonna ma è morta e non può vedere. Però ci tengono sempre a precisare che l’India è la culla per tutte le religioni e che nessuna vuole prevaricare sull’altra...chapeau!
A me il concetto predefinito di un dio vecchio miliardi di anni che sforna una fiaba per ogni occasione mi accascia, ma che vuoi mai, se uno ci crede, che ci creda! Giorni fa, non so per quale scherzo divino mi sono alzata alle sei per andare a messa. In una chiesa spersa nella foresta mi sono sfrantumata le balle con salmi in malleali inframmezzati da cori abbastanza particolari che devo dire non mi hanno fatto schifo...ma... a un certo punto... tac! Parte la dance dalle casse ai lati dell’altare. Una “unza unza” stile bar di Riccione e il prete che avanza con l’ostia… roba mai vista! Qui va molto il rosa per le case e quasi tutte le chiese sono rosa maiale sotto lsd. Dentro ai luoghi sacri ci sono riproduzioni di gesù in tutte le salse, ho pure visto penzolare sopra l’altare (a me inspiegabile)
un cartonato/foto di una mano che regge l’ostia e il calice... ma perché una riproduzione così? Ma sarà ben brutta? (n.d.r ATTENZIONE: parte il pippone etico-religioso tipico tondoliano) Insomma la messa è una cacatura ovunque nel mondo e penso che dio è pur sempre un pacco. Se questa gente fosse meno povera se ne fregherebbe di tutta questa religiosità, purtroppo mi tocca dire che dio aiuta veramente i poveri, aiuta chi non ha nulla. Per questo in Italia ci sono tanti credenti a cazzo di cane, la gente non ha bisogno di dio, lo usa solo quando fa comodo.
Però poi ci teniamo Berlusconi.
Che dire, mi sveglio la mattina immersa in questa foresta di cocchi e vado a lavare i panni al fiume e mi spapero pure io. Rotolo sui massi per ore. Sulle rive vedo donne e bambini che stanno lì come me e vacche che pascolano, a tratti sembra il paradiso terrestre dei testimoni di geova.
Vi devo parlare del vicino di casa che è veramente una forza: si chiama Bebi Chadra ed è un vecchietto magro come un chiodo e indossa il tipico vestito del Kerala, che consiste in un lenzuolo lungo fino ai piedi allacciato in vita e una camicia. Tutti gli uomini qui sembrano usciti di fretta dal bagno, poi ti accorgi che è il vestito tradizionale. E quando ci sono occasioni importanti hanno il lenzuolo e la camicia stirati. Quando Bebi mi vede vuole assolutamente comunicare, ma non sa una parola di inglese. Ho provato con il mio dizionario indi/urdu ma lui parla un’altra stramaledetta lingua: il mallelali. Che pare il linguaggio dei puffi, perché anche nel discorso più breve ci infilano la parola malleali...malleali di qua malleali di là...Quindi mi guarda, mi offre un mango e sfodera un sorriso, scuote la testa e ride, ride tutto compiaciuto: sembra uscito da un cartone animato e porterei Bebi e il suo stinto lenzuolo arancione a casa con me! Mi ha mostrato orgoglioso la sua vacca (battezzata Churie) e le sue galline. Ieri è passato a darmi un regalo e a dirmi che son tanto simpatica, ha impacchettato con cura un sacchetto di noccioline, sono commossa!
Ho notato che le case degli indiani sono più spartane che mai (poveri e non). Hanno una considerazione di quello che può essere anche il più minimo abbellimento pari a zero! Hanno pure una scarsissima considerazione della pulizia e dell`ordine, in confronto qualunque casa italiana sembra leccata centimetro per centimetro. La mamma indiana (perché gli uomini al solito non fanno nulla in casa) se ne stra-ciccia di passare pure, che so, lo straccio e in cucina vige un’anarchia totale. Io approvo!
Nelle case c’è sempre, dico sempre, l’altare all’idolo. Io ora sono da dei cristiani (cattolici) e qui c’è una libreria dedicata a tutti i santi. A completare l`opera c`e` pure, in cima in cima, una bella riproduzione di gesù che se guardato da un’altra angolazione diventa il sacro cuore trafitto dalle spade, così, per farsi quattro risate. Immagini di madri badesse cattivissime e madonne di ogni dimensione, fiori di plastica e qualche lucetta. Insomma un orrore, farebbe senso pure a mia nonna ma è morta e non può vedere. Però ci tengono sempre a precisare che l’India è la culla per tutte le religioni e che nessuna vuole prevaricare sull’altra...chapeau!
A me il concetto predefinito di un dio vecchio miliardi di anni che sforna una fiaba per ogni occasione mi accascia, ma che vuoi mai, se uno ci crede, che ci creda! Giorni fa, non so per quale scherzo divino mi sono alzata alle sei per andare a messa. In una chiesa spersa nella foresta mi sono sfrantumata le balle con salmi in malleali inframmezzati da cori abbastanza particolari che devo dire non mi hanno fatto schifo...ma... a un certo punto... tac! Parte la dance dalle casse ai lati dell’altare. Una “unza unza” stile bar di Riccione e il prete che avanza con l’ostia… roba mai vista! Qui va molto il rosa per le case e quasi tutte le chiese sono rosa maiale sotto lsd. Dentro ai luoghi sacri ci sono riproduzioni di gesù in tutte le salse, ho pure visto penzolare sopra l’altare (a me inspiegabile)
un cartonato/foto di una mano che regge l’ostia e il calice... ma perché una riproduzione così? Ma sarà ben brutta? (n.d.r ATTENZIONE: parte il pippone etico-religioso tipico tondoliano) Insomma la messa è una cacatura ovunque nel mondo e penso che dio è pur sempre un pacco. Se questa gente fosse meno povera se ne fregherebbe di tutta questa religiosità, purtroppo mi tocca dire che dio aiuta veramente i poveri, aiuta chi non ha nulla. Per questo in Italia ci sono tanti credenti a cazzo di cane, la gente non ha bisogno di dio, lo usa solo quando fa comodo.
Però poi ci teniamo Berlusconi.
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sabato 7 maggio 2011
Marx e l'oppio alla faccia dei popoli
È notte, sono nel Kerala. Ho preso il treno che da Madgaon mi porta a Ernakulam, una ridente città a solo quindici ore di viaggio verso sud. Ho lasciato la mia zingara, che nell'ultima settimana mi ha adottato, facendomi mangiare e riposare nella sua capanna: l'ho seguita per mercati e strade, cinque passi indietro, non perdendo mai il suo capo coperto e il tintinnare delle cavigliere.
Ho lasciato anche il sicuro ristorante di Sudhir, ora non ho più una guardia del corpo. Ma devo andare.
In treno ho conosciuto finalmente le fantomatiche comitive di americane viaggiatrici, ma andavano in una città dopo la mia (n.d.r e te pareva oh!). Simpatiche, proprio come ti aspetti una combriccola di americane in vacanza in India. Nello stesso scomparto ho incontrato una singolare coppia europea: lui francese, sui quarantacinque anni, timido, con la faccia da viaggiatore consumato; lei russa, bellissima, sgodevole, molto giovane, annoiata a morte o schifata.
Il francese era completamente assoggettato a lei e le massaggiava pure i piedi, mi ha urtato i nervi. Ma i miei nervi sono poco stabili di fronte ai sentimenti amorosi (sia miei che altrui).
Guardando fuori dal finestrino ad un certo punto finisce la miseria e inizia un verde squillante, bellissimo e fiumi a perdita d'occhio: il Kerala sembra il paradiso terrestre.
C'è molta meno spazzatura nelle strade ed è pieno di animali che pascolano in questi prati rigogliosi.
È appena iniziata la stagione delle pioggie e di pomeriggio piove a secchiate; poi le nuvole scompaiono, ritorna il sole, l'arcobaleno, la nebbia, il caldo, i grilli e le cicale che cantano sempre come pure le rane e gli immancabili muggiti. Gli alberi sono stracolmi di frutti: cocchi, banane di qualunque dimensione, ananas, manghi, papaje, uno strano cocomerone bitorzoluto che penzola dappertutto, caffè, the, tamarindo e chi più ne ha più ne metta. Se ti allontani per pochi chilometri dal paese c'è la giungla più vera.
Sono in una fattoria nella foresta, una simpatica casetta che da su un fiume, dove ci puoi lavare i panni e ti ci lavi pure tu se ti piace.
Qui si mungono le mucche e si portano a pascolare le capre ed è così la giornata scorre via, pacificamente...
Sono tutti molto credenti e in giro vedi sempre l`immancabile chiesa/tempio/moschea.
Mi ha stupito una cosa: nella regione dev'essere tempo di elezioni ed è un fiorire di falci e martelli mai visti!
Qui dio e il comunismo convivono allegramente alla faccia dei marxisti. (n.d.r. Il Kerala è un po' l'Emilia Romagna indiana, i due partiti più grossi sono quello comunista e quello socialista e ha il tasso di alfabetizzazione più alto dell'intera nazione così come quello di corruzione più basso).
E mentre mi portano in giro a vedere chiese e monumenti cristiani, devo dire che tutti questi santi e apostoli sono oramai vecchie conoscenze e mi sembrano così stanche di stare nella parte...
Quando vedo la sacra famiglia mi sembra che tutti e tre non vedano l`ora di andarsi a fare un giro, annoiati dalla loro condizione. Anche qui come nel resto dell`India (della poca India che ho visto) ti chiedono se bevi o fumi come se ti chiedessero "Stupri le pecore in piazza?". Sono convinti che il passo tra la bottiglia e diventare il mostro di Milwaukee sia brevissimo. Non hanno capito che che se sei una testa di cazzo lo sei anche da sobrio, come se la deficienza fosse un lato negativo acquisito con delle sostanze e non perchè sei coglione da solo. Ma tant'è...io mi tengo la mia faccia di bronzo, che oramai è la mia migliore amica e fumo senza farmi troppo vedere e brindo a un dio a cui non credo.
E se la religione è l'oppio dei popoli, credo sia giunta l'ora di passare all`oppio.
mercoledì 4 maggio 2011
Oltre il muro dell'Europa
In queste settiname a Goa ho preso l'abitudine di mangiare sempre nello stesso posto: il ristorante che si affaccia sul parcheggio di sabbia. Detta così sembra una schifezza... ma passa di tutto là davanti, comprese le mie adorate mucche. Mi siedo verso le tre del pomeriggio, orario in cui Goa è deserta, e guardo quello che succede. Mi capita di stare lì e ridere da sola per un sacco di motivi e grande è la mia tristezza nel non condividerli con voi.
A forza di ridere da sola però ho attirato l'attenzione del cameriere nepalese ("true india") che detta come va detta è un gran bono (n.d.r. manifesto i miei dubbi). Roba che in Italia avrebbe un grappolo di fighette ai piedi mentre qui è solo un nepalese: dimostrazione che non capiscono 'na cippa!
Sudhir, questo è il suo nome, quando mi vede ridere viene al tavolo e mi chiede "perchè ridi?" e poi quando glielo spiego ride di gusto pure lui. Quando finisco il pasto generalmente me ne vado, ma lui mi fa sempre cenno di restare e io qua mi trovo bene. Se mi si avvicinano tipi che mi guardano insistentemente lui si mette dietro le mie spalle e mi protegge. Quando mi vede triste mi dice una stupidaggine.
Da quello che ho visto i nepalesi hanno un approccio migliore con le donne e sono meno insistenti, insomma Nepal rules!
Sudhir lavora per quello che in Europa sono 30 euro al mese, dieci ore al giorno, ha il tempo solo per dormire (nel ristorante tra l'altro), insomma è uno schiavo moderno. Ora siamo diventati amici anche se è impaurito dal farsi vedere che parla con me, dice che qui tutti si fanno i fatti degli altri: ma che è siamo nel medioevo? Non si può neanche parlare? Qui se due di sesso opposto parlano tra di loro alle dieci di sera può essere solo una cosa: tu sei una assatanata che acchiappa gli indiani e lui è uno fortunato. Ma visto che non è indi ma nepalese è solo uno stronzo da guardare con sospetto.
Sudhir non ha famiglia, a quanto dice, è solo. In realtà ha una moglie in Nepal, ma non so sinceramente quanto si vedano visto che lavora qui praticamente tutto l'anno. Si sta laureando in sociologia e il suo sogno è aprire un ristorante in Nepal...se nella mia vita faccio un minimo di soldi giuro che glielo compro!
Non so quanto io e lui abbiamo da dirci, ma ride di gusto e ha un buon senso dell`umorismo: fa una bellissima imitazione dell`indiano medio che quando che vede una ragazza bianca vuole farsi fare una foto con lei, è bravissimo!
Temo che odi noi giovani turisti dell`Europa, sa che per lui tutte le strade sono chiuse: "Io non potrò mai fare quello che fai tu" dice e ha ragione, lui è prigioniero nel Goa.
Fortunatamente è molto rilassato, sa che con i soldi si risolve tutto e lui che non li ha è inutile che si preoccupi troppo. Sta nei ranghi, non fa nulla di male e spera di scappare, prima o poi.
In quell'Europa ricca e fashion da dove proveniamo noi sarebbe un gran bel figo e farebbe il cameriere in un locale cool: qui è solo uno schiavo, solo e pure combattuto. Non conosce cosa c'è oltre il muro dell`India, sa solo che è un mondo a lui non concesso. Mi sembra una persona intelligente e condividiamo questa distanza siderale. Comunque ci siamo incontrati e e abbiamo riso assieme.
Magari, parlando, scopriremmo che sotto allo stesso cielo abbiamo avuto le stesse malinconie e le stesse tristezze.
E io per poco sono arrivata oltre al muro dell`Europa.
A forza di ridere da sola però ho attirato l'attenzione del cameriere nepalese ("true india") che detta come va detta è un gran bono (n.d.r. manifesto i miei dubbi). Roba che in Italia avrebbe un grappolo di fighette ai piedi mentre qui è solo un nepalese: dimostrazione che non capiscono 'na cippa!
Sudhir, questo è il suo nome, quando mi vede ridere viene al tavolo e mi chiede "perchè ridi?" e poi quando glielo spiego ride di gusto pure lui. Quando finisco il pasto generalmente me ne vado, ma lui mi fa sempre cenno di restare e io qua mi trovo bene. Se mi si avvicinano tipi che mi guardano insistentemente lui si mette dietro le mie spalle e mi protegge. Quando mi vede triste mi dice una stupidaggine.
Da quello che ho visto i nepalesi hanno un approccio migliore con le donne e sono meno insistenti, insomma Nepal rules!
Sudhir lavora per quello che in Europa sono 30 euro al mese, dieci ore al giorno, ha il tempo solo per dormire (nel ristorante tra l'altro), insomma è uno schiavo moderno. Ora siamo diventati amici anche se è impaurito dal farsi vedere che parla con me, dice che qui tutti si fanno i fatti degli altri: ma che è siamo nel medioevo? Non si può neanche parlare? Qui se due di sesso opposto parlano tra di loro alle dieci di sera può essere solo una cosa: tu sei una assatanata che acchiappa gli indiani e lui è uno fortunato. Ma visto che non è indi ma nepalese è solo uno stronzo da guardare con sospetto.
Sudhir non ha famiglia, a quanto dice, è solo. In realtà ha una moglie in Nepal, ma non so sinceramente quanto si vedano visto che lavora qui praticamente tutto l'anno. Si sta laureando in sociologia e il suo sogno è aprire un ristorante in Nepal...se nella mia vita faccio un minimo di soldi giuro che glielo compro!
Non so quanto io e lui abbiamo da dirci, ma ride di gusto e ha un buon senso dell`umorismo: fa una bellissima imitazione dell`indiano medio che quando che vede una ragazza bianca vuole farsi fare una foto con lei, è bravissimo!
Temo che odi noi giovani turisti dell`Europa, sa che per lui tutte le strade sono chiuse: "Io non potrò mai fare quello che fai tu" dice e ha ragione, lui è prigioniero nel Goa.
Fortunatamente è molto rilassato, sa che con i soldi si risolve tutto e lui che non li ha è inutile che si preoccupi troppo. Sta nei ranghi, non fa nulla di male e spera di scappare, prima o poi.
In quell'Europa ricca e fashion da dove proveniamo noi sarebbe un gran bel figo e farebbe il cameriere in un locale cool: qui è solo uno schiavo, solo e pure combattuto. Non conosce cosa c'è oltre il muro dell`India, sa solo che è un mondo a lui non concesso. Mi sembra una persona intelligente e condividiamo questa distanza siderale. Comunque ci siamo incontrati e e abbiamo riso assieme.
Magari, parlando, scopriremmo che sotto allo stesso cielo abbiamo avuto le stesse malinconie e le stesse tristezze.
E io per poco sono arrivata oltre al muro dell`Europa.
martedì 3 maggio 2011
Il mixer della comunità
Il giorno in cui mi ero persa svoltando per una stradina rurale ho incontrato Karnataka.
Non è il suo vero nome, che fra l'altro non so quale sia, lei si fa chiamare Monica ed è bellissima.
Ha un piccolo shop di sari e scialli e sta tutto il giorno seduta là davati adescando clienti. Non indossa il sari ma il vestito tipico del suo paese, il Karnataka: un bolerino pieno di specchi e una lunga gonna dai colori accesissimi, tipo messicani. In testa ha uno scialle pieno d lustrini e specchi, è piena di bracciali e cavigliere e ha pure dei sonagli d`argento attaccati ai capelli. A vederla da lontano pare una zingara.
Non è il suo vero nome, che fra l'altro non so quale sia, lei si fa chiamare Monica ed è bellissima.
Ha un piccolo shop di sari e scialli e sta tutto il giorno seduta là davati adescando clienti. Non indossa il sari ma il vestito tipico del suo paese, il Karnataka: un bolerino pieno di specchi e una lunga gonna dai colori accesissimi, tipo messicani. In testa ha uno scialle pieno d lustrini e specchi, è piena di bracciali e cavigliere e ha pure dei sonagli d`argento attaccati ai capelli. A vederla da lontano pare una zingara.
Le ho parlato per dirle che aveva un vestito bellissimo e gira che ti rigira ho comprato una cavigliera nel suo shop. L'indomani (n.d.r Flora vintage, indomani???) mentre camminavo per la strada principale di questo paesuccio la vedo cammiare spedita verso la chiesa, ai limiti di Colva, la saluto e mi dice che va a comprare il pollo perchè è domenica e lei vuole il pollo! Mi chiede se voglio andare con lei e nella vita non bisogna mai rifiutare l`invito di una come Karnataka. Fuori dalla chiese, visto che era Pasqua, tutti cantavano orrende canzoni cattoliche in inglese vestiti a festa: per un indiano cattolico maschio è il "Pagoda style", per le donne il tailleur anni ottanta. Lei passa facendosi una benedizione sulla fronte e le chiedo se è cattolica: "No, ma è lo stesso dio, no?" risponde con grande naturalezza.
Si iniziano a intravedere bancarelle di pesce freschissimo circondato da mucchi di mosche e gatti bruttissimi che miagolano intorno alle venditrici, sorpassiamo le ceste del pesce e.. raccapriccio!
Un tre ruote a gabbia pieno di polli vivi.
Tu arrivi, indichi la bestia e i tipi, con un grembiulaccio un tempo bianco e adesso porpora e nero, ti prendono il pollo te lo ammazzano, lo spiumano, sbudellano, puliscono, tagliano e te lo porti a casa.
Tutti quei polletti stanno là aspettando tranquillamente la mannaia.
Li prendono uno alla volta, senti un pigolare disperato e poi TAC! uno alla volta se ne vanno.
C'è un odore forte di sangue e intravedo un barile pieno di acqua rossa, dove i macellai si lavano le mani.
Io, da brava occidentale, rimango in disparte: sono fighetta, non accetto il veder sfumare la vita davanti ai miei occhi.
La mia zingara aspetta tranquillamente e ride vedendomi scossa.
Poi torniamo indietro, sorseggiando un buonissimo succo di bamboo acquistato in uno di quei carretti ferrugginosi dell`anteguerra di cui l'India è piena: un marchingegno di ruote tutte concatenate dove si infilano le canne di bamboo e dalla spremitura esce questo succo color pistacchio veramente buono.
Karnataka mi chiede se voglio mangiare con lei e io accetto. Ci infiliamo in una stradella di terra rossa, dove iniziano capanne di banano e porcelli ovunque. Qui c'è casa sua, una capanna di foglie e pietra con un telo cerato sul tetto. All'entrata c'è una conca di creta (per il fuoco) e alla destra di questo simil forno una mucchia di legnetti ordinatamente disposta.
Un'altra entrata ci porta alla casa vera e propria di Karnataka, ovvero una stanza di neanche due metri per tre, buia, con una piccola lampadina e un ventilatore nero di fuliggine. Qui dormono in sei (lei, il marito e i suoi quattro figli), ci mangiano e ci cucinano ovviamente.
Ci sediamo per terra e con un lavorio vorticoso di ciotole, che fungono da lavandino laviamo il cibo.
Karnataka per tagliare le verdure si accovaccia e infila tra le dita dei piedi il manico di una falce e con la mezzaluna perpendicolare al pavimento taglia pomodori e cipolle.
E` uno spettacolo la maestria con la quale cucina velocemente, circondata da tutte quelle ciotole e una grande anfora per l'acqua. Poi fa un grande piatto di spezie e cocco e mi dice di seguirla in giardino dove c'è il mortaio più grande che abbia mai visto...il "mixer" della comunità...
Lei lo abbraccia con le gambe, lo lava con una noce di cocco piena d`acqua e inizia a roteare la lunga pietra a goccia, che altro non è che un grosso pestello, amalgamando così perfettamente tutti gli ingredienti: una pasta gialla profumatissima. Nella sua cucina-casa c'è solo una mensola con le spezie e i piatti, mentre le stuoie per dormire sono accatastate ordinatamente in un angolo. Non ha nulla, solo questo ventilatore nero e un altarino per gli dei, il bagno è comune ed è una specie di baracca fuori (spero, in realtà non l`ho visto).
Tutti i vestiti sono appesi fuori, intrecciati tra una capanna e l'altra.
Lei mi sorride spesso e mi fa vedere come si fa questo o quello.
Mentre il pollo è sul fuoco mi chiede se voglio una birra, allora, come si fa a Bologna le dico "ok io compro da bere e tu finisci di cucinare il pollo". Lei tutta contenta mi chiede in aggiunta pure delle bibite, che qua sono il massimo della libidine. Mi reimmetto nella civltà post industriale alla ricerca di cocacola e birra: ci ho messo una vita perchè qua chi beve alcool in sostanza è uno stronzo in sostanza e quindi vattelapesca il bar che mi deruberà per due bottiglie..
Ritorno alla capanna e mangio a terra con Karnataka questo pollo piccantissimo. Tutto con le mani, di tutti in tutti i piatti: mani bisunte, calde, pezzi di cibo sul pavimento, tra i piedi...ogni tanto Karnataka da brava mamma mi imboccava dicendo che mangio poco.
Poi si conclude con una bella leccata di piatto e gara di rutti: mi son divertita.
Certe volte mi guardavano stupita di come non mi facesse schifo questa promiscuità di cibo, mani e terra ma è un'usanza che condivido allegramente. Karnataka è forse la persona più umile che abbia mai conosciuto e mischia la birra con la fanta. Domani le ho promesso che andiamo al mercato di Madgaon, dove le comprerò una pentola per il the. Spero di non fare la figura della colonialista europea, ma me lo ha chiesto lei.
.Un tre ruote a gabbia pieno di polli vivi.
Tu arrivi, indichi la bestia e i tipi, con un grembiulaccio un tempo bianco e adesso porpora e nero, ti prendono il pollo te lo ammazzano, lo spiumano, sbudellano, puliscono, tagliano e te lo porti a casa.
Tutti quei polletti stanno là aspettando tranquillamente la mannaia.
Li prendono uno alla volta, senti un pigolare disperato e poi TAC! uno alla volta se ne vanno.
C'è un odore forte di sangue e intravedo un barile pieno di acqua rossa, dove i macellai si lavano le mani.
Io, da brava occidentale, rimango in disparte: sono fighetta, non accetto il veder sfumare la vita davanti ai miei occhi.
La mia zingara aspetta tranquillamente e ride vedendomi scossa.
Poi torniamo indietro, sorseggiando un buonissimo succo di bamboo acquistato in uno di quei carretti ferrugginosi dell`anteguerra di cui l'India è piena: un marchingegno di ruote tutte concatenate dove si infilano le canne di bamboo e dalla spremitura esce questo succo color pistacchio veramente buono.
Karnataka mi chiede se voglio mangiare con lei e io accetto. Ci infiliamo in una stradella di terra rossa, dove iniziano capanne di banano e porcelli ovunque. Qui c'è casa sua, una capanna di foglie e pietra con un telo cerato sul tetto. All'entrata c'è una conca di creta (per il fuoco) e alla destra di questo simil forno una mucchia di legnetti ordinatamente disposta.
Un'altra entrata ci porta alla casa vera e propria di Karnataka, ovvero una stanza di neanche due metri per tre, buia, con una piccola lampadina e un ventilatore nero di fuliggine. Qui dormono in sei (lei, il marito e i suoi quattro figli), ci mangiano e ci cucinano ovviamente.
Ci sediamo per terra e con un lavorio vorticoso di ciotole, che fungono da lavandino laviamo il cibo.
Karnataka per tagliare le verdure si accovaccia e infila tra le dita dei piedi il manico di una falce e con la mezzaluna perpendicolare al pavimento taglia pomodori e cipolle.
E` uno spettacolo la maestria con la quale cucina velocemente, circondata da tutte quelle ciotole e una grande anfora per l'acqua. Poi fa un grande piatto di spezie e cocco e mi dice di seguirla in giardino dove c'è il mortaio più grande che abbia mai visto...il "mixer" della comunità...
Lei lo abbraccia con le gambe, lo lava con una noce di cocco piena d`acqua e inizia a roteare la lunga pietra a goccia, che altro non è che un grosso pestello, amalgamando così perfettamente tutti gli ingredienti: una pasta gialla profumatissima. Nella sua cucina-casa c'è solo una mensola con le spezie e i piatti, mentre le stuoie per dormire sono accatastate ordinatamente in un angolo. Non ha nulla, solo questo ventilatore nero e un altarino per gli dei, il bagno è comune ed è una specie di baracca fuori (spero, in realtà non l`ho visto).
Tutti i vestiti sono appesi fuori, intrecciati tra una capanna e l'altra.
Lei mi sorride spesso e mi fa vedere come si fa questo o quello.
Mentre il pollo è sul fuoco mi chiede se voglio una birra, allora, come si fa a Bologna le dico "ok io compro da bere e tu finisci di cucinare il pollo". Lei tutta contenta mi chiede in aggiunta pure delle bibite, che qua sono il massimo della libidine. Mi reimmetto nella civltà post industriale alla ricerca di cocacola e birra: ci ho messo una vita perchè qua chi beve alcool in sostanza è uno stronzo in sostanza e quindi vattelapesca il bar che mi deruberà per due bottiglie..
Ritorno alla capanna e mangio a terra con Karnataka questo pollo piccantissimo. Tutto con le mani, di tutti in tutti i piatti: mani bisunte, calde, pezzi di cibo sul pavimento, tra i piedi...ogni tanto Karnataka da brava mamma mi imboccava dicendo che mangio poco.
Poi si conclude con una bella leccata di piatto e gara di rutti: mi son divertita.
Certe volte mi guardavano stupita di come non mi facesse schifo questa promiscuità di cibo, mani e terra ma è un'usanza che condivido allegramente. Karnataka è forse la persona più umile che abbia mai conosciuto e mischia la birra con la fanta. Domani le ho promesso che andiamo al mercato di Madgaon, dove le comprerò una pentola per il the. Spero di non fare la figura della colonialista europea, ma me lo ha chiesto lei.
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