martedì 3 maggio 2011

Il mixer della comunità


Il giorno in cui mi ero persa svoltando per una stradina rurale ho incontrato Karnataka.
Non è il suo vero nome, che fra l'altro non so quale sia, lei si fa chiamare Monica ed è bellissima.
Ha un piccolo shop di sari e scialli e sta tutto il giorno seduta là davati adescando clienti. Non indossa il sari ma il vestito tipico del suo paese, il Karnataka: un bolerino pieno di specchi e una lunga gonna dai colori accesissimi, tipo messicani. In testa ha uno scialle pieno d lustrini e specchi, è piena di bracciali e cavigliere e ha pure dei sonagli d`argento attaccati ai capelli. A vederla da lontano pare una zingara. 
Le ho parlato per dirle che aveva un vestito bellissimo e gira che ti rigira ho comprato una cavigliera nel suo shop. L'indomani (n.d.r Flora vintage, indomani???) mentre camminavo per la strada principale di questo paesuccio la vedo cammiare spedita verso la chiesa, ai limiti di Colva, la saluto e mi dice che va a comprare il pollo perchè è domenica e lei vuole il pollo! Mi chiede se voglio andare con lei e nella vita non bisogna mai rifiutare l`invito di una come Karnataka. Fuori dalla chiese, visto che era Pasqua, tutti cantavano orrende canzoni cattoliche in inglese vestiti a festa: per un indiano cattolico maschio è il "Pagoda style", per le donne il tailleur anni ottanta. Lei passa facendosi una benedizione sulla fronte e le chiedo se è cattolica: "No, ma è lo stesso dio, no?" risponde con grande naturalezza. 
Si iniziano a intravedere bancarelle di pesce freschissimo circondato da mucchi di mosche e gatti bruttissimi che miagolano intorno alle venditrici, sorpassiamo le ceste del pesce e.. raccapriccio!
Un tre ruote a gabbia pieno di polli vivi.
Tu arrivi, indichi la bestia e i tipi, con un grembiulaccio un tempo bianco e adesso porpora e nero, ti prendono il pollo te lo ammazzano, lo spiumano, sbudellano, puliscono, tagliano e te lo porti a casa.
Tutti quei polletti stanno là  aspettando tranquillamente la mannaia.
Li prendono uno alla volta, senti un pigolare disperato e poi TAC! uno alla volta se ne vanno.
C'è un odore forte di sangue e intravedo un barile pieno di acqua rossa, dove i macellai si lavano le mani.
Io, da brava occidentale, rimango in disparte: sono fighetta, non accetto il veder sfumare la vita davanti ai miei occhi.
La mia zingara aspetta tranquillamente e ride vedendomi scossa.
Poi torniamo indietro, sorseggiando un buonissimo succo di bamboo acquistato in uno di quei carretti ferrugginosi dell`anteguerra di cui l'India è piena: un marchingegno di ruote tutte concatenate dove si infilano le canne di bamboo e dalla spremitura esce questo succo color pistacchio veramente buono.
Karnataka mi chiede se voglio mangiare con lei e io accetto. Ci infiliamo in una stradella di terra rossa, dove iniziano capanne di banano e porcelli ovunque. Qui c'è casa sua, una capanna di foglie e pietra con un telo cerato sul tetto. All'entrata c'è una conca di creta (per il fuoco) e alla destra di questo simil forno una mucchia di legnetti ordinatamente disposta.
Un'altra entrata ci porta alla casa vera e propria di Karnataka, ovvero una stanza di neanche due metri per tre, buia, con una piccola lampadina e un ventilatore nero di fuliggine. Qui dormono in sei (lei, il marito e i suoi quattro figli), ci mangiano e ci cucinano ovviamente.
Ci sediamo per terra e con un lavorio vorticoso di ciotole, che fungono da lavandino laviamo il cibo.
Karnataka per tagliare le verdure si accovaccia e infila tra le dita dei piedi il manico di una falce e con la mezzaluna perpendicolare al pavimento taglia pomodori e cipolle.
E` uno spettacolo la maestria con la quale cucina velocemente, circondata da tutte quelle ciotole e una grande anfora per l'acqua. Poi fa un grande piatto di spezie e cocco e mi dice di seguirla in giardino dove c'è il mortaio più grande che abbia mai visto...il "mixer" della comunità...
Lei lo abbraccia con le gambe, lo lava con una noce di cocco piena d`acqua e inizia a roteare la lunga pietra a goccia, che altro non è che un grosso pestello, amalgamando così perfettamente tutti gli ingredienti: una pasta gialla profumatissima. Nella sua cucina-casa c'è solo una mensola con le spezie e i piatti, mentre le stuoie per dormire sono accatastate ordinatamente in un angolo. Non ha nulla, solo questo ventilatore nero e un altarino per gli dei, il bagno è comune ed è una specie di baracca fuori (spero, in realtà non l`ho visto).
Tutti i vestiti sono appesi fuori, intrecciati tra una capanna e l'altra.
Lei mi sorride spesso e mi fa vedere come si fa questo o quello.
Mentre il pollo è sul fuoco mi chiede se voglio una birra, allora, come si fa a Bologna le dico "ok io compro da bere e tu finisci di cucinare il pollo". Lei tutta contenta mi chiede in aggiunta pure delle bibite, che qua sono il massimo della libidine. Mi reimmetto nella civltà post industriale alla ricerca di cocacola e birra: ci ho messo una vita perchè qua chi beve alcool in sostanza è uno stronzo in sostanza e quindi vattelapesca il bar che mi deruberà per due bottiglie..
Ritorno alla capanna e mangio a terra con Karnataka questo pollo piccantissimo. Tutto con le mani, di tutti in tutti i piatti: mani bisunte, calde, pezzi di cibo sul pavimento, tra i piedi...ogni tanto Karnataka da brava mamma mi imboccava dicendo che mangio poco.
Poi si conclude con una bella leccata di piatto e gara di rutti: mi son divertita.
Certe volte mi guardavano stupita di come non mi facesse schifo questa promiscuità di cibo, mani e terra ma è un'usanza che condivido allegramente. Karnataka è forse la persona più umile che abbia mai conosciuto e mischia la birra con la fanta. Domani le ho promesso che andiamo al mercato di Madgaon, dove le comprerò  una pentola per il the. Spero di non fare la figura della colonialista europea, ma me lo ha chiesto lei.
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