giovedì 26 maggio 2011

Nel nome del padre, del figlio, dello zio, di quell'altro, della mamma, della sorella...

È domenica e come al solito mi sveglio presto, tutte balle che qua son mattinieri, tutto apre verso le dieci/undici del mattino e l'unico bar aperto è quello per turisti e infatti fa un the che è 'na ciofeca.
Vicino a me stamattina c'era un tedesco che si è bevuto due coca cole per colazione. Un'altra bizzarra coppia, composta da uno con l'aria da motociclista europeo sui 50 insieme a uno skater veramente ggggiovane indiano, hanno preso patatine fritte alle otto del mattino... mah.
Comunque finito il mio the sono andata a prenotare un posto letto all'ostello di Colaba, un posto chiamato Salvation Army, pieno di vichinghi tedeschi con le vichinghe a seguito e combriccole di neozelandesioaustalianechesonotutteuguali con gli short militari, le magliettine bianche e le trecce.
Attenzione che forse faccio finalmente la mitica balotta! Martedì vi saprò dire (n.d.r. aggiornamenti in tempo reale mi dicono che c'è riuscita, addirittura è andata di straforo a cagare in un hotel a quattro stelle con la nuova amichetta giapponese).
Fatto stà che finiti i miei giri decido di onorare il signore e la signora (Carlotta sa di cosa parlo) e mi incammino sul lungomare di Mombay, quello che dà sull'oceano. Direzione un'appendice a quattro kilometri che la guida dice piena di templi. Parto dalla mia ricca zona Colaba/Madame Cama Road piena di palazzoni stile NY e agglomerati coloniali per poi veder man mano cambiare la costa.
Passo anche una spiaggia (a detta della Lonley very cool e piena di gente figa) e mi ritrovo in un golfo che sa di petrolio impestato da corvi e piccioni, pieno di povera gente che chiede l'elemosina... certe volte vorrei fare quattro chiacchiere con gli autori della Lonley.
Cammina cammina arrivo davanti a un buffo tempietto in festa, mi invitano ad entrare.
Mi levo le scarpe, rintocco la campana e batto le mani a tempo di musica con queste persone tutte vestite eleganti. Dopo un po' di canzoni mi dicono che la festa è finita (gli amici se ne vanno...) e mesta vado verso l'uscita quando una signora mi mette in mano dieci rupie e un dolce: io rifiuto perchè mi pare strano che ti paghino per battere le mani e scampanellare, ma lei mi spiega che si usa così per questo giorno di festa. Regalano soldi... pensa te!
All'immancabile appiccicoso di turno chiedo dov'è il tempio di Malakashimi (sempre a detta della guida il più bello di Mombay) e lui mi dice di prendere il taxi perchè è distante: "strano" penso, dalla cartina sembra vicino. Contratto la corsa che per la prima volta mi pare di un prezzo accettabile, "sono fortunata!" penso... no non sono fortunata, è che il tempio è a cinque minuti di macchina e st'indiani c'hanno un culo pesante al cui confronto noi italiani (delle chiaviche comunque) siamo tutti ginnasti.
Il classico cabinotto a ruote (la 1100 versione indiana) mi scarica davanti ad un palazzo tremendo, a dire il vero tutto il quartiere è orribile, pieno di quei palazzoni "intenational style" che ti fanno sempre sentire a casa, da Città del Messico a Roma. Indico una scritta e chiedo al tassista "è quello il tempio?" e lui frettolosamente "sì, sì" ma l'avevo appena pagato e dopo che gli hai dato i soldi non gliene frega più nulla e dicono sì a tutto.
Esco stramaledicendo quelli della Lonley, augurandogli di bruciare nelle fiamme dell'inferno, quando poi al solito mi accorgo di essere stata troppo sbrigativa.
Il tempio è dietro al palazzo, in una viuzza costellata di bancarelle e mendicani e pure quelche vacca. È tutto un fiorir di rosari, curcuma, santini, woodoo e strani piatti con dentro un loto, una corona di garofani, rose, mezzo cocco e un panno rosso e oro: questo piatto, scopro poi, è il dono per Mahalakshmi.
Il loto è inizialmente chiuso e i negozianti li aprono a mano, come se sbucciassero una banana, finchè non sembra una rosa gigante. Alle mie spalle vedo una lunga fila sotto il sole, stanno tutti aspettando di entrare al tempio con il loro piatto in mano. Mi ci infilo anche io e attendo.
Poi ci si inizia a muovere e dopo una cancellata c'è una lunga scalinata ricoperta di scarpe e mi chiedo come faranno mai a ritrovarle all'uscita. Ai lati si vende un po' di tutto, pure immagini di Gesù e le venditrici stanno appollaiate sui banconi a comporre doni floreali. Entata nel tempio mi dirigo verso una grande stanza di marmo stracolma di persone, e dopo una lunga gimcana finalmente sono face to face con Mahalakshmi.
Piccola introduzione a Mahalakshmi: è la dea della ricchezza e detto tra noi è un po' un idolo chiavica perchè viste le condizioni economiche dei paesi induisti (India e Nepal) è meglio pregare altri santi, no?
Gli addetti a deporre i doni sulla dea hanno una fretta bestiale e prendono i doni e li schiaffano sotto la statua e allontanano i fedeli a male parole, scacciandoli con le mani. Questi poveretti si allontanano segnandosi la fronte e non allontanando mai lo sguardo da Mahalakshmi e si tengono il cocco o la corona di garofani (presumo che siano destinati  all'altarino domestico). Enormi casse di metallo porta offerte vengono rimpinguate ogni secondo: la gente qui quando si tratta di fede spinge come ai concerti per mettere i soldi nell'offertorio. Dietro al tempio il mare aperto e qualcuno butta i fiori nell'acqua.
Fuori da questo luogo incantato c'è solo traffico e brutti agglomerati urbani. Seguo la folla sotto al sole cocente e mi ritrovo di nuovo, dopo aver attraversato un parcheggio, in un turbinio di bancarelle e con mia somma gioia mi trovo proprio dove volevo essere: alla moschea.
Vicino al tempio c'è una moschea costruita nel mare e per arrivarci devi camminare su una strada dissestata lunga circa 700 metri piena zeppa di gente e quando c'è l`alta marea il tempio islamico rimane solo, in mare aperto...camminando vedo caprette e con mio sommo e occidentale disgusto bambini che si fanno il bagno in questo mare che è marrone e pieno di spazzatura.
Mentre avanzo, le onde del mare ci bagnano in continuazione e certe persone sono completamente inzuppate. Donne che chiedono l'elemosina stanno sedute per terra fradice e non battono ciglio.
Arrivo all'enorme portone di legno, circondato da instabili tende piene di griglie dove cuociono la carne (presumo pecora). Anche qui sia per entrare che per uscire hanno tutti fretta e mi infilano dentro a forza, vengo praticamente risucchiata, strizzata come un limone. Dopo la centrifuga mi ritrovo in un grande giardino di marmo pieno di gente stravaccata ovunque, al centro la grande sala per pregare, dove non sono entrata, però mi ha fatto specie veder uscire i fedeli a ritroso per non dare le spalle a dio.
Dietro questo grande ambiente un vasto calpestio in marmo e l`oceano...e tantissimi uomini appecorati che pregano verso la Mecca, circondati da teli che svolazzano. Un casino infernale, ma molto meno colorato del tempio hindu. Tornando indietro un'onda mi ha preso in pieno e son tornata a Colaba completamente fradicia, raffreddata, ma in grazia dei signori... spero!

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