lunedì 25 aprile 2011

Tibet o non Tibet, questo è il problema

Nel mezzo del cammino, sulla strada principale di questo buco di paese, prendo una laterale mai considerata, che fiancheggia il mare. Solite bancarelle, piccole guest house e spazzatura qua e là. Dopo neanche ottocento metri il paese e` bello e finito... il nulla. Capanne, qualche casetta, bambini che corrono scalzi e un piccolo negozio di gioielleria del Kashmir o Kac(i)hmir come dicono gli autoctoni. Fuori pigramente sta il classico schiavo nepaslese e il suo boss, il classico tamarro indiano. Lo conosco perchè è amico di cicciobombo e allora mi invita ad entrare e assaggiare il buonissimo the del Kachmir. La bottega è sua e di suo cugino, un tipo tremendo col mullet e le ciabatte a punta.
Io e il tamarro ci sediamo sul linoleum dello shop e il povero nepalese ci serve in tutto e per tutto.
Prima di bere il the ho la maulaugurata idea di chiedere "hai il bagno?" e lui chiama il povero nepalese che mi accompagna fuori in una baracca vicina. Peccato che un altro tipo che cazzeggiava fuori mi intima frettolosamente di non entrare... chissà che c'era dentro... brrrr. Allora entriamo nella casa accanto allo shop:
è vuota, quasi abbandonata ma con un bel giardinetto. Mi indica un bagno tremebondo in fondo al corridoio...
vado in punta di piedi e chiudo la porta. Con disgusto apro la tazza e dentro, spanzata nella classica posizione "a quattro di bastoni" c'è una rana! Bella grossa! E pare pure morta! "Che schifo! Che schifo!" penso contorcendo le gambe per lo spavento. Vi assicuro che è strano trovare una rana gigante dentro al water! Esco dal bagno dicendo al povero nepalese "C'è una rana nel bagno! Nel buco! Una rana!" e lui annuendo e sorridendo "bathroom bathroom!". Dopo un pò capisco che il povero nepalese comprende solo bathroom. Eventualmente anche "toilet" ma solo se pronunciato lentamente. Ok, porca vacca! Mi tengo la pipì e che quella rana resti nel cesso! Non sono San Francesco...veramente mi dispiace, ma era inutile spiegare, che gliene frega a lui di una rana nel bathroom. Torno soffrendo e il tamarro mi offre il the, parlandomi con nostalgia di casa come i muratori in cantiere mi parlavano della Sicilia. Inframezza i discorsi con "inshallah", una specie (secondo la sua spiegazione) di "lo spero vivamente, sarà così", non una promessa, ma una fiducia religiosa nel futuro. Se hai preso un accordo "inshallah" equivale tipo a "ti dò la mia parola" o almeno per i musulmani di qui. Poi parlottando mi dice che il Tibet non è occupato dai cinesi (sapevatelo su rieduchescionalciannel), son tutte balle, i giornali dicono solo cagate (n.d.r. mò pure questi tirano la piscia ai giornalisti??? ahahha). Peccato che abbia avuto un'impressione diversa vedendo il povero nepalese vestito di stracci che li serve in tutto, accovacciarsi mesto come un cane accanto al boss...se si siede fuori con noi  quando arriva un indiano (qualsiasi) si alza per lasciargli la sedia e poi si riaccovaccia. Ecco, alla luce di tutto questo penso che forse il tamarro non abbia capito bene il valore della parola occupazione (territoriale). Non vorrei azzardare, ma dico "temo che il Tibet sia occupato e che i tibetani non gradiscano". Il tamarro mi risponde "vai a vedere". Io non so, andrò a vedere. E non so neanche a che Dio credere e se credere (che qui si fa un gran parlare di Dio). Parlando con questa gente, vedendo le loro certezze, preferisco non sapere, ma solo azzardare. Finito il the mi saluta invitandomi a ripassare, ma non so, ho la sensazione di trovare, come sempre, tutto così superficiale. La conoscenza è difficile. La fiducia è dura da trovare e avere qualcosa da dirsi è una questione di medesima conoscenza. E io e il tamarro non ce l'abbiamo.
Povero nepalese.

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